Storia della vita di Andrea Amedeo Peano che, come scrisse Leo Burlamacchi, fu tra coloro che l'hanno "posseduta, abitata e coltivata".

Narrata da Marina Peano

Note riguardanti il testo

2006

Completata la prima stesura e pubblicazione di questo testo nel 2006, la correggo e arricchisco man mano che ricevo nuove informazioni.

Ottobre 2015

Aggiunti particolari storici inediti di cui sono venuta a conoscenza nell'estate 2015.

Giugno 2017

Aggiunto un testo inedito sui tragici eventi che precedettero e seguirono la strage di Sant'Anna di Stazzema. Si tratta di un resoconto d'importanza storica degli avvenimenti di cui l'autore, Lamberto de Rosa, fu testimone oculare nell' Agosto 1944.   

Aggiunto anche il secondo avvenimento eccezionale di questo mese che riguarda la FIAM (Fabbrica Italiana Automobili e Motori) di mio padre: ricevo la notizia inaspettata dell'esistenza della (probabilmente) ultima superstite Torpedo della produzione FIAM, fabbricata nel 1924, di cui pubblico una bella foto.

Luglio 2019.

Due anni dopo aver ricevuto foto e notizie dell'ultima autovettura Torpedo superstite ricevo una sorpresa ancora più straordinaria! Il meccanico italiano, Eros Zanoletti, incaricato di rimetterla in condizioni originali mi contatta e invita me e tutta la mia famiglia ad ammirarla nella sua bellissima " Officina Classiche",  a Gabbioneta-Binanuova (Cremona), dove avremo il piacere di incontrare anche il nuovo proprietario della piccola Torpedo, Dott. Franco Piccinelli di Brescia, insieme ad altri appassionati di auto antiche. E' stato un incontro particolarmente emozionante e bello anche per l'entusiasmo e la gentilezza con cui ci hanno accolto!






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L'idea di avere un sito intitolato Selvaiana è nata nel momento in cui, dopo aver letto il libro di Leo Burlamacchi: “Storia di Selvaiana e delle genti che l’hanno posseduta, abitata e coltivata” edito da Maria Pacini Fazzi, mi è sembrato giusto correggere alcune inesattezze che riguardano mio padre.

Nel maggio 2006 mi trovavo a Selvaiana quando Leo mi regalò una copia del suo libro che era stato pubblicato da poco. Lo lessi volentieri, e ne apprezzai lo stile brillante e la sottile ironia con cui narra avvenimenti e abitudini di questa parte della Toscana. Nelle pagine riguardanti mio padre, però, notai parecchie inesattezze che purtroppo a libro pubblicato non potevano più essere corrette. Vi erano alcune osservazioni su di lui e sulla nostra famiglia che non corrispondevano alla realtà anche se - ne sono certa - corrispondevano ai ricordi infantili di Leo. Ma i ricordi infantili non sono sempre attendibili, influenzati come sono dalle emozioni del momento. Dalla lettura del fitto scambio di corrispondenza fra i due proprietari, conservato nel nostro archivio di famiglia, si direbbe che il marchese Gualtiero Burlamacchi, padre di Leo, fosse ossessionato da un senso di vittimismo o addirittura di persecuzione e bisogno di rivalsa sul prossimo. Egli infatti non riuscì mai ad accettare completamente il fatto di esser arrivato troppo tardi a Selvaiana per poter riacquistare per intero la proprietà dei suoi avi e riversò questa delusione su ogni azione intrapresa da mio padre non soltanto nelle parti in comune, ma persino  riguardo a quanto succedeva nella nostra fattoria, a volte fino a spingersi a dare giudizi, non suffragati dalla conoscenza, addirittura su quanto lui credeva succedesse all'interno di casa nostra. Ovviamente questo suo dispiacere pesò a lungo sui rapporti fra lui e mio padre. Infatti, quando Gualtiero Burlamacchi apparve sulla scena di Selvaiana, Amedeo aveva già da due anni acquistato la cosiddetta "fattoria di sotto" in cui aveva subito investito tempo e denaro, in opere di rinnovamento agricolo, e risanamento delle abitazioni coloniche che, come quella padronale, aveva trovato in stato di notevole abbandono. Questa suo fervore innovativo innescò un irrefrenabile senso di irritazione in Gualtiero Burlamacchi che cercò in ogni modo di interferire - spesso anche in modo irragionevole - nelle attività che Amedeo intraprendeva nella fattoria di cui ormai da due anni era proprietario.

Ma come mai un "piemontese" aveva deciso di comprare una proprietà agricola sulle colline versiliesi?

"Non è chiaro - si chiede testualmente Leo nelle sue meditazioni non suffragate da fatti - se acquistò la fattoria di sotto solo come investimento economico, o se fosse anche sensibile al richiamo esercitato dalla notorietà turistica della Versilia".
 
Come poi si vedrà nelle prossime pagine, la risposta e' molto semplice: mio padre aveva una vita intensa di impegni professionali e famigliari per cui, a parte frequentare la spiaggia con la famiglia nei rari giorni di vacanza, dubito assai che avesse tempo - o voglia - di partecipare alla vita sociale che la Versilia già allora offriva.
 
E quali furono le avventure della vita di questo piemontese che Leo Burlamacchi descrive "dinamica e avventurosa"?

Mentre qui mi limiterò a raccontare le vicende più importanti della vita di Amedeo Peano, l'appendice alla fine del racconto è riservata a una serie di correzioni a quanto Leo ha scritto nel suo libro su di lui e la nostra famiglia.

Casa di Selvaiana

Mi resi conto leggendo le sue parole che la memoria di mio padre - uomo di notevole valore sia sul piano umano che su quello professionale  - non poteva essere affidata ai ricordi di chi, nel periodo in cui conobbe mio padre (1939 /1944), era un ragazzino dai 6 agli 11 anni, le cui opinioni erano state ovviamente plasmate dal carattere negativo, iracondo, antagonistico e, mi azzardo ad aggiungere, prepotente di suo padre e che data la sua monelleria aveva avuto ben poche occasioni di venire in casa nostra.

Decisi allora che era venuto il momento di rispondere a queste e ad altre domande in modo informato e al tempo stesso accessibile a tutti e di creare un sito dove la storia e la figura di mio padre fossero presentate in maniera più completa e giusta. Scelsi di farlo pubblicamente avvalendomi dell'Internet perchè il libro era ormai già in vendita nelle librerie. Tenendo conto che il punto di vista di una figlia è influenzato dall'affetto mi sono avvalsa di documentazioni scritte e fotografiche che rendono la mia narrazione il più possibile obiettiva e documentata. Molte le ritrovai fra le carte del nostro archivio, altre dovetti ricercarle, e altre ancora mi furono fornite spontaneamente da chi aveva letto questo sito e desiderava contribuire al suo completamento o perchè aveva conosciuto mio padre di persona o perchè si sentiva connesso a lui in qualche aspetto della propria vita.

                                                                              Nota aggiunta nell'agosto del 2019

Mentre riconosco di aver provato un senso di irritazione nel leggere le banalità ingiustificate di Leo Burlamacchi, passati ormai quasi 14 anni dal giorno in cui lanciai questo sito, mi accorgo di essergli quasi riconoscente per avermi spronata col suo libro a fare una ricerca approfondita e ben documentata a cui, come detto sopra, nel corso degli anni molti lettori hanno contribuito con commenti e informazioni assai utili e interessanti.

E' dunque grazie al libro di Leo che la storia della vita di mio padre, destinata originalmente alla sola nostra famiglia, appare ora su questo sito aperto a tutti.

La sorpresa più grande fu l'aver toccato con mano come molti sentirono il bisogno di contattarmi: che fosse l'aver partecipato alla Missione in Romania, o essere stato al comando dei primi Arditi che attraversarono il Piave alla Sernaglia, l'aver fondato una fabbrica d'auto, o scritto un libro fondamentale sul lavoro negli anni trenta/quaranta, e, punto non indifferente, l'aver partecipato in prima persona alle vicende di Selvaiana in quei pochi anni prima di essere trucidato dalle SS, molti aspetti della vita di quest'uomo geniale, energico, d'animo giusto e generoso hanno toccato molti anche dopo la sua morte.

Ecco quindi la storia di Amedeo Peano - iniziando dalla sua nascita e proseguendo nel racconto fino a giungere al momento in cui decise di acquistare Selvaiana nel 1937 e via via fino alla sua tragica morte avvenuta nel settembre 1944. La narrazione è basata non solo sui ricordi collettivi di chi, avendolo conosciuto, mi ha parlato di lui, ma anche - come già detto sopra - su documenti, fotografie e passi scelti tratti da un libro sull'organizzazione del lavoro, da lui pubblicato nel 1943, che rimane a testimonianza del fatto che Amedeo - come mi disse nel corso di una telefonata il Prof. Stefano Musso, ricercatore di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, dove insegna Storia contemporanea e Storia del lavoro - "fu uno dei maggiori tecnici esperti di analisi del lavoro di quei tempi".

Amedeo, battezzato Andrea Amedeo, nacque il 12 marzo 1898, figlio primogenito in una famiglia piemontese di antiche tradizioni. Queste antiche tradizioni comprendevano il meglio di quanto ci si potesse aspettare da una famiglia del loro ambiente: patriottismo, impegno, integrità, generosità d'animo, rispetto per gli altri, senso della giustizia e della responsabilità nei confronti del prossimo, soprattutto di chi ha avuto meno fortuna, nella consapevolezza che la loro posizione sociale comportava dei doveri assai più grandi di chi non aveva avuto la fortuna di nascere, crescere ed essere educato in quell'ambiente. Questi valori erano inculcati fin dalla nascita e la nobiltà delle origini era una ragione non tanto di vanto, quanto semmai di impegno maggiore verso la società. Nelle famiglie piemontesi che più rispetto, allora come ora, i figli venivano educati nella consapevolezza che : "non e' il punto di partenza che conta ma quello di arrivo". Chi parte più avvantaggiato ha molti più doveri che chi quel vantaggio non l'ha avuto.

Sua madre, Angelica Zoppi, figlia del Prefetto e poi Senatore del Regno Vittorio Zoppi e di Maria Roissard de Bellet, (il cui padre Leonardo fu Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri e anch'egli poi Senatore del Regno)  apparteneva ad una antichissima e nobile famiglia di Cassine, in provincia di Alessandria, di cui si hanno già notizie nel 1177 con Ruffino il Zoppo, console di Alessandria, (Tavole genealogiche di famiglie nobili Alessandrine e Monferrine dal secolo IX al XX: Compilate dal Principe Francesco Guasco). Nei secoli la famiglia si distinse soprattutto nella amministrazione pubblica, nella magistratura, nelle arti militari e infine nella diplomazia con Vittorio Zoppi, ambasciatore a Londra e poi rappresentante dell'Italia all'ONU nel decennio 1955/1965.

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Qui sopra Casa Peano a Boves (Cuneo) 1905 (dall'album di Giovanni Peano, fratello di Amedeo)

Casa Zoppi, Cassine, Alessandria (XIV sec.)

 

Clicca qui per ulteriori informazioni sul Senatore del Regno, Vittorio Zoppi

 





A fianco Casa Zoppi, Cassine, Alessandria (XIV sec.) che fu abitata ininterrottamente per quasi 600 anni dalla famiglia Zoppi ed è tutt'ora di proprietà dei discendenti dell'avv. Giovanni Zoppi, fratello maggiore della mia cara nonna Angelica.

 

 

 

 

 

 

 
 
Amedeo Peano a pochi mesi

Amedeo Peano a pochi mesi

Alberto Peano circa 1917

Alberto Peano circa 1917

http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Peano

Suo padre, Alberto, ufficiale di carriera, prestò servizio nella Casa Militare di Vittorio Emanuele III in qualità di Aiutante di Campo del Re dal 1903 al 1908.

Egli discendeva da una famiglia originaria di Boves il cui stemma appare registrato ufficialmente nei consegnamenti delle armi gentilizie indetto dai Savoia nel 1580. Si legge della famiglia Peano nelle "Memorie Storiche di Boves" del Prof. Alberto Mottini, 1894 (Riedizione Anastatica, 1986, Soc.Editrice Atesa) -  a cominciare dal 1460 quando Giovanni Peano fu sindaco di Boves. In modo particolarmente elogiativo il Prof. Mottini parla del mio bisnonno Guglielmo e di suo padre Andrea (nato nel 1760) e completa il paragrafo (p.164, 165) dicendo: "I figli avvocato Andrea e capitano Alberto (mio nonno) seguono le buone tradizioni paterne".

Manuale per l'Aiutante di Campo di S.M.il Re, Compilazione di Contr'Ammiraglio. Alberto De Orestis
Angelica Peano Zoppi

Angelica Peano Zoppi circa 1917

Ho un ricordo molto speciale della Nonna Angelica che affiancata dalla figlia maggiore, Adele, seppe guidare la sua numerosa famiglia in modo esemplare, malgrado le lunghe assenze del Nonno Alberto, dovute al suo ruolo di generale nella prima guerra mondiale.

Sotto la leadership di Angelica i cinque fratelli Peano, quattro di loro Ingegneri e il quinto Dottore in Economia e Commercio, raggiunsero tutti, senza eccezione, posizioni di notevole rilievo all'interno delle ditte in cui lavorarono, guadagnandosi rispetto e simpatia a tutti i livelli. La sorella maggiore, Adele, crocerossina nella prima guerra mondiale, sposò l'Ing. Raffaele dei marchesi Invrea, uomo brillante, geniale matematico e astronomo di prim'ordine, profondo conoscitore di un numero prodigioso di lingue straniere di cui ne parlava correntemente almeno sette. Grazie alla sua profonda conoscenza del calcolo probabilistico e attuariale ebbe una posizione di altissimo livello presso le Assicurazioni Generali di Trieste negli anni quaranta fino alla sua prematura morte dovuta a una grave malattia.







 
 
 
I fratellini Peano durante il soggiorno a Roma, circa 1906. Da destra: Adele, Amedeo, Aldo, Giovanni, Vittorio


I fratellini Peano durante il soggiorno a Roma, circa 1906. Da destra: Adele, Andrea Amedeo (12 marzo 1898), Aldo (1 gennaio 1900), Giovanni (23 settembre 1902), Vittorio (1905). Manca Roberto, anche lui ingegnere che, nato l'11 marzo 1909 morì a Milano nel luglio 2013 avendo raggiunto i 104 anni in piene facoltà fisiche e mentali.

Angelica Peano con i primi quattro figli: Adele, Amedeo, Aldo e Giovanni (col sottanino, non avendo allora ancora compiuto i 4 anni)

Cartolina dalla villeggiatura, (Ormea, 1906) in cui Angelica Peano presenta la sua famiglia in "minuscole proporzioni" ad una cara amica di Bologna. Nella foto Angelica Peano con i primi quattro figli: Adele, Amedeo, Aldo e Giovanni (col sottanino, non avendo allora ancora compiuto i 4 anni)


Casa Peano a Boves. Amedeo, Adele, Aldo, Giovanni, Vittorio (al centro), Roberto (a destra)


Casa dei nonni Peano a Boves (Cuneo) 1912: I ragazzini  Peano con alcuni amichetti d'infanzia:  da sinistra a destra iniziando dalla fila dietro: Amedeo, Adele, Aldo, Giovanni, Vittorio (al centro), Roberto (a destra).  Nella foto piccola a destra Amedeo e Adele sono facilmente riconoscibili mentre il resto è troppo sbiadito per permettere di individuare gli altri otto bambini. 

 

Alberto Peano tornò quindi ai reparti operativi e, dopo oltre due anni al fronte durante la prima guerra mondiale col grado di Maggior Generale nel IX Corpo d’Armata, nell'agosto del 1917 fu messo a capo della missione diplomatica militare italiana in Romania. La relativa documentazione, fra cui i rapporti scritti dal Gen. Alberto Peano sino al marzo 1918, è stata pubblicata nel 2006 (Rudolf DINU - Ion BULEI (a cura di), "La Romania nella Grande Guerra 1914-1918. Documenti militari e diplomatici italiani", Bucuresti, editura Militara, 2006).


 

 



Alberto e Angelica Peano con i figli in una foto scattata poco prima della partenza per la missione in Romania (1917). Da sinistra in senso orario: Amedeo, Adele, Angelica, Alberto, Aldo, Giovanni, Vittorio, Roberto.



Amedeo Peano, Dicembre 1916

                  

                  Andrea Amedeo Peano a diciotto anni,  Dicembre 1916

Accad.Militare_To.JPG Accad.Militare_To_1.JPG

Dalla raccolta privata delle lettere inviate ad Angelica Peano Zoppi nel periodo 1916 -1919

BIGLIETTO INTESTATO "ACCADEMIA MILITARE - TORINO"

15 novembre 1916

Carissima Cugina,

il vostro Amedeo ha ultimato gli esami superandoli non solo bene, ma benissimo, tanto che riuscirà certo fra i primi classificati. Ciò tu saprai di già certamente, ma io tengo a confermartelo, perchè il vostro figliuolo è anche modesto, e forse vi prospetterà il risultato con minor risalto. Egli è stato un ottimo allievo sotto ogni riguardo: educatissimo, buono, volenteroso, intelligente; si è meritata la stima di tutti indistintamente. Non potrebbe promettere di più, qualunque sia la via che avrà poi a percorrere. Potete esserne orgogliosi e contenti. Conosco il cuore delle madri ed è perciò che ho voluto così scriverti, colla certezza che ne avrai tu ed Alberto molto piacere.

Lotty è ancora a S.Giorgio, e perciò ti porgo io solo i più, cordiali saluti, che ti prego di estendere ad Alberto.

Tuo aff.cugino Arlorio

 

 

 

 

 

 

 

Amedeo, appena uscito dalla Scuola Militare di Torino, che frequentò dopo le scuole superiori dal 17 gennaio 1916 al 1° novembre dello stesso anno, fu destinato al Genio Pontieri e inviato al fronte col grado di sottotenente come si vede da questo biglietto di visita a cui sua madre aveva aggiunto le date di suo pugno.

 

 

Nel 1917 Andrea Amedeo seguì il padre nella missione in Romania, che era stata invasa dalle armate tedesche. Vi andò in qualità di "Lieutenant du Genie - Attaché à la mission militaire Italienne en Roumanie" come si legge sul suo biglietto di visita di allora. In riconoscimento per il suo ruolo in questa missione fu insignito della Corona Rumena.

 

Da destra: Ten. Costantino Ruspoli, Ten. Norza Augusto, Generale Alberto Peano, Colonnello Luciano Ferigo, Cap. Borsarelli Ernesto, Ten. Andrea Amedeo Peano


Da destra: Ten. Costantino Ruspoli, Ten. Augusto Norza, Generale Alberto Peano, Colonnello Luciano Ferigo, Cap. Ernesto Borsarelli, Ten. Andrea Amedeo Peano

Questa foto presa dall'album personale di mio padre è stata clonata nel corso degli anni da quando ho pubblicato il mio sito ed oramai la si ritrova dappertutto in rete con assai mediocre risoluzione.

Soltanto due persone me l'hanno richiesta ufficialmente ed ora appare nei loro rispettivi libri/ articoli di Storia:

Dr.ssa Viviana Stacco nella seconda pagina delle foto pubblicate a partire da pag. 160 del suo libro: L'Impossibile Missione di Romanelli, Ed. Gaspari 2010

Dr.Gianfranco Finizio nella seconda parte del suo articolo sul fronte orientale della prima guerra mondiale, apparso a pag.6 sul n.13 (Ottobre/Dicembre 2013) della rivista La Grande Guerra, Marvia Edizioni


 
La notizia della sconfitta dell’ Italia a Caporetto (ottobre1917) rese Amedeo impaziente di servire il suo Paese in modo più significativo.
 

Fece quindi ritorno in Italia con un viaggio incredibilmente avventuroso, attraversando la Russia fino al Mar Baltico, che incluse  tra l'altro il dover usare legna tagliata nelle foreste che man mano attraversavano per sopperire alla mancanza del carbone necessario per far andare avanti il treno. Raggiunse poi l'Italia con l'aiuto della Marina Britannica nella primavera del 1918.

 
Amedeo e Alberto Peano, Missione in Romania


Immagini del rientro dalla Romania attraverso la Russia tratte dell'album personale di Amedeo Peano


Rientrato in Italia, Amedeo ritornò al fronte, sotto gli ordini dello zio Generale Ottavio Zoppi, nella 1° Divisione d’Assalto (Arditi) che era stata costituita dallo stesso Gen. Zoppi nel 1918.

 

Due Volte con Gli Arditi Sul Piave. Generale Ottavio Zoppi

Per ulteriori informazioni sul Gen. Ottavio Zoppi, commemorato come "una delle figure più belle della storia della nostra Patria" dal Ministro del Lavoro On. Bertinelli al Senato della Repubblica nel marzo 1962, clicca qui

 Dall'album personale di Amedeo Peano.

 Nella didascalia: Coppia di barconi per trasporto quadrupedi

medaglia degli Arditi, Prima Divisione di Assalto (retro)
medaglia degli Arditi, Prima Divisione di Assalto (fronte)



La medaglia degli Arditi, Prima Divisione di Assalto

Foto ingrandita: in realtà la medaglia è molto più piccola.













Cartolina inviata del fronte alla sorella Adele Peano



Durante tutto il periodo bellico Amedeo si sforzò di non lasciar passare giorno senza mandare almeno una cartolina alla madre per rassicurarla. Infatti in questa corrispondenza colpisce la frequenza con cui si legge la frase "io sto benissimo". Molte lettere non raggiunsero mai il destinatario, oppure giunsero con molto ritardo a causa della censura.


 

 

 

 

Una delle tante cartoline che Amedeo inviò dal fronte alla famiglia. Questa è indirizzata alla sorella Adele, che si trovava ospite dai nonni Zoppi a Cassine. L'altra facciata è riprodotta sotto.





















Cartolina inviata del fronte alla sorella Adele Peano


Cartolina,verificata e censurata, datata 21 agosto 1918, di Andrea Amedeo, sottotenente nella 221a Compagnia Zappatori Arditi (= Genieri) indirizzata alla sorella Adele (chiamata Cinain famiglia) presso la casa dei nonni materni a Cassine in provincia di Alessandria.

A differenza della medaglia di bronzo al valore della battaglia della Sernaglia di cui scriverò più sotto, mi è impossibile identificare quale sia il motivo della "medaglietta di bronzo" a cui mio padre si riferisce  in questa cartolina.

BRANI ESTRATTI DALLE LETTERE DI AMEDEO ALLA MADRE

22 giugno 1918 (in attesa di destinazione)

 (...) Fa veramente piacere vedere quei bravi ragazzi allegri e svelti: sempre pronti a tutto e mai stanchi: rispettosissimi e obbedientissimi. Il loro morale è sempre al diapason dell'entusiasmo. Hanno dato prova ottima e faranno certamente ancora grandi cose. Ho avuto la fortuna di trascorrere questi giorni di attesa in un modo variato e interessante, e anche utile, perchè se sarò destinato a un btg genio di questa div. conoscerò già molti ufficiali della divisione stessa. (...)

24 giugno 1918 (sempre in attesa di destinazione)

(...) I soldati, specialmente gli Arditi di questa divisione sono magnifici: una parte appena tornata dall'azione 4 giorni fa è ritornata in linea per inseguire il nemico che fugge, ed era entusiasta. Li invidio!!

25 giugno 1918 (ancora in attesa di destinazione)

(...) Quando questa divisione sarà costituita del tutto, sarà certamente un'unità bellica straordinaria per compattezza, per ardore. per organizzazione e per bontà di comandi. Basti dire che sono tutti volontari fino all'ultimo soldato, e che c'è una disciplina ferrea. E' la divisione più giovanile e la più ardente, come scriveva lo zio, ed ha già dato prove straordinarie di sè : e chi la comanda ha tali qualità ad altissimo grado. Quando arriverà l'ordine che mi concerne sarò anch'io "inquadrato". (...)

6 luglio 1918

(...) ho finalmente avuto la destinazione al 91* Btg che avevo chiesto. Vi arriverò oggi. Scrivetemi. 91*btg.zapp  1* div. assalto   (...) 

28 ottobre 1918                                                                                                              

Biglietto del Gen. Ottavio Zoppi alla sorella Angelica (su biglietto di block notes con timbro COMANDO 1a DIVISIONE DI ASSALTO - Stato Maggiore)

Cara Angelica, dal campo di battaglia, nella quale la mia Div. è  trionfantissima, ti mando ottime notizie del tuo Amedeo, il quale in testa alla più audace colonna d'assalto ha brillantemente combattuto e deve aver provato...belle e dure emozioni (...)

30 ottobre 1918

Carissima dopo la prima forte resistenza si va ora oltre vittoriosamente. Lo zio mi disse di averti scritto mie notizie pel tramite della zia Ida. Viviamo in pieno sogno. Le fatiche e le marce sono ben compensate! abbracci a tutti affettuosamente. Non ti stupire ritardi. Amedeo

 

MOTIVAZIONE UFFICIALE DELLA MEDAGLIA DI BRONZO OTTENUTA DA ANDREA AMEDEO PEANO Il 27 Ottobre 1918

 

La pagina qui sopra riprodotta, tratta da: "L'Arma del Genio nella Grande Guerra", mi fu gentilmente procurata dal Generale di Corpo d'Armata del Genio Maurizio Cicolin, Presidente Nazionale dell'Associazione Genieri e Trasmettitori (ANGET)  www.angetitalia.it con lettera del 7 dicembre 2013.

Successivamente la motivazione della medaglia fu ritrovata anche nella raccolta delle lettere ricevute dalla madre, Angelica Peano Zoppi, nel periodo 1916 -1919 (già menzionate più volte sopra), di cui sono venuta a conoscenza di recente grazie alla trascrizione dell'intero carteggio fatta da mia sorella, Elena Peano Farina, che ne conserva gli originali nell'archivio di famiglia. 

 

Nella didascalia che accompagna la foto qui sotto (che ho trascritto a fatica data la leggendaria impossibile grafia dello zio Ottavio), lo zio materno di mio padre, Generale Ottavio Zoppi, commemora il coraggio di Andrea Amedeo che fu tra i primi e i più coraggiosi ad attraversare il Piave alla guida di un reparto di Genieri della Divisione d'Assalto (Arditi), nella battaglia della Sernaglia - la battaglia che fu decisiva nell'ambito dell'offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto - e ne piange la morte a mano delle SS Naziste nella Seconda Guerra Mondiale.


Trascrizione della didascalia Amedeo Peano del 1898 Tenente del Genio di complemento, chiese ed ottenne di comandare un reparto di genieri della Divisione d'Assalto. Passò con essa, con i più coraggiosi, il Piave nell'ottobre 1918, combattè arditamente e venne decorato di medaglia al valor militare sul campo. Io suo zio e com.te scrivo questo onorandomene. Generale. O. Zoppi
Ucciso dai tedeschi banditi e invasori, nel 1944, alla Selvajana (Lucca) ove trovavasi in suoi poderi.


Dedica del Generale Ottavio Zoppi
Amedeo Peano a vent'anni, 1918
 

 

Descrizione della battaglia della Sernaglia (27 ottobre 1918) in cui Andrea Amedeo Peano si distinse a capo di un mezzo plotone di Arditi della 1a Divisione d'Assalto e fu insignito della medaglia di bronzo al valor militare.

Da una lettera inviatatami da mio cugino Alberto Peano Cavasola, in data 24 giugno 2007.

Ricordando che tuo papà era nel genio pontieri della prima divisione d'assalto, credo ti interesserà leggere il resoconto di dettaglio dell'attraversamento del Piave, se già non lo conosci. La conquista della testa di ponte della Piana della Sernaglia fu l'episodio principale anche della vita dello zio Ottavio.

 

"Migliorate le condizioni atmosferiche e diminuita la violenza della corrente, la sera del 26 furono cominciati i lavori per la gettata dei ponti attraverso il Piave che dovevano essere undici: uno a Molinello (Pederobba) sul fronte della XII Armata, 7 tra Fontana del Buoro (Montello) e i Ponti della Priula (sulla fronte dell'VIII), 3 alle Grave di Papadopoli, sulla fronte della X. Nel settore che doveva essere sfondato e precisamente sulla fronte dell'VIII Armata, tra Vidor e Nervesa, il compito della rottura era stato affidato al Corpo d'Armata d'Assalto, organismo formidabile comandato dal generale GRAZIOLI, ch'era composto della 1a Divisione d'Assalto del generale ZOPPI e della 2a Divisione d'Assalto del generale DE MARCHI. Ma quest'ultima divisione non poté passare il fiume non essendo stato possibile gettare il ponte presso Nervesa. Questo non fu il solo ponte che non si riuscì a gettare; altri cinque, tra i sette su cui dovevano passare gli arditi non si poterono gettare per la violenza della corrente e il tiro aggiustato dell'artiglieria nemica, cosicché solo su sei si effettuò il passaggio delle truppe, quello di Molinello, due tra Fontana del Buoro e Falzè e i tre delle Grave di Popadopoli. I primi a passare su barconi furono le Fiamme Nere del XII Reparto d'Assalto; seguì poi tutta la 1a Divisione d'Assalto.

"All'alba del 27 le truppe passate sulla sinistra del Piave, dopo avere prese d'assalto le prime difese nemiche, formavano tre teste di ponte. La prima, nei pressi di Valdobbiadene, era tenuta da 3 battaglioni del 107 fanteria francese, da 3 battaglioni alpini italiani e da un reggimento della brigata "Campania". Questo apparteneva al XXVII Corpo dell'VIII Armata; gli altri 6 battaglioni francesi e italiani appartenevano alla XII Armata. Tutte queste truppe, sempre combattendo, raggiunsero verso sera la linea Osteria Nuova-S. Vito-Madonna di Caravaggio-Funer-Cà Settolo. La seconda testa di ponte, nella piana di Sernaglia, era costituita da truppe della VIII Armata: a sinistra la brigata "Cuneo" (7° e 8°) e altri elementi del XXVII Corpo, al centro la maggior parte della 57a divisione, a destra la 1a Divisione d'Assalto e il LXXII Reparto d'Assalto del XII Corpo.

"Prima a passare fu la 1a Divisione d'Assalto, che con impeto occupò la Linea dei Molini, Moriago, Mosnigo, Fontigo e Sernaglia. Mentre gli Arditi si battevano e avanzavano e lo stesso facevano alla sinistra le altre truppe, la corrente impetuosa e le artiglierie avversarie spezzavano e travolgevano i ponti, mettendo le truppe passate in difficilissima condizione. Malgrado ciò l'azione offensiva fu proseguita. Attaccando risolutamente in direzione nord ed est gli arditi occuparono Falzè, Case Moro e Chiesuola, respingendo numerosi contrattacchi ed ostacolati da centinaia di mitragliatrici nemiche. Parecchie migliaia furono i prigionieri catturati. A metà della giornata un tentativo d'attacco in forze che doveva, partendo da Case Moro, tagliare in due lo schieramento del 3° Gruppo d'Assalto fu sventato da una piccola schiera del XX Reparto d'Assalto, che catturò la colonna avversaria. 

" Nel pomeriggio gli attacchi nemici si fecero violentissimi. Il LXXII Reparto, attaccato presso C. Mira e Boaria del Magazzeno da forze tre volte superiori, le respinse, le contrattaccò, le avvolse, le catturò. Il 3° Gruppo d'Assalto, rimasto scoperto al fianco sinistro e minacciato d'aggiramento; ripiegò leggermente solo per ubbidire ai comandi superiori; le batterie della 1a Divisione d'Assalto si comportarono eroicamente nei momenti più critici; molti prigionieri nemici, riarmatisi con le armi disseminate sul campo di battaglia, attaccarono alle spalle gli arditi, che, rivoltatisi, ne fecero un macello. La notte, arditi e fanti della brigata "Pisa" respinsero forti contrattacchi sulla linea presso la Sernaglia. La terza testa di ponte fu formata dalle truppe della X Armata, che, passato il fiume, dilagarono nella pianura di Cimadolmo.”
 

 

A guerra finita Amedeo fu inviato per alcuni mesi in Libia con la sua divisione, e poi assegnato alla guarnigione di Genova. Qui riprese gli studi universitari e, congedato dall’ esercito, conseguì la laurea in ingegneria civile e navale.

Si era nel periodo di sviluppo dell' industria automobilistica, e Amedeo vi si buttò con quello slancio ed entusiasmo, moderato dal giudizio prudente e coscienzioso propri della sua natura, formando una compagnia per azioni con capitali privati.

Collaborò a Brescia allo sviluppo di un motore a due tempi da 706 cc., di cui acquisì la licenza, e nel 1924 aprì a Torino la FIAM,  (http://it.wikipedia.org/wiki/Fabbrica_Italiana_Automobili_Motori), una fabbrica di piccole autovetture che ambivano a diventare le prime “utilitarie” italiane. La fabbrica, con sede e officina in Via S. Ambrogio 33, vantava un “prodotto superiore costruito in gran serie con ogni tecnica raffinatezza pel professionista Italiano”. Nel volantino si reclamizzava: “11HP – Raffreddamento ad acqua – ogni particolare brevettato – molleggio perfetto – incomparabile tenuta di strada – munita di differenziale – Consumo: 1 latta di benzina e 500gr d'olio in miscela per 250 km.” La produzione della carrozzeria era affidata al famoso carrozziere Marcello Alessio. La vettura fu presentata nello stesso 1924 alla Fiera di Milano dove riscosse un certo interesse, come si legge nei giornali specializzati dell'epoca, di cui ho riportato qui sotto alcuni articoli. Questi stralci di giornali ed altri mi sono stati inviati dalla Dr.ssa Donatella Biffignandi del Centro di Documentazione, Museo dell'Automobile Carlo Biscaretti di Ruffia, Torino.

Vidiata di FIAM 3 giugno 1925

 

 

Officina FIAM montaggio motori e chassis

 

 

Officina FIAM: Prove Motori

Pagine dall'album del fratello, Ing. Aldo Peano, che partecipò con lui in questa impresa

Orta, Amedeo Peano con la FIAM alla coppa del cusio. 24 maggio 1925


Amedeo Peano con una delle auto FIAM che parteciparono alla Coppa del Cusio, Orta 24 maggio 1925


Coppa del Cusio (Torino-Orta) 24 maggio 1925

 

Le riviste specializzate dell’epoca quali “L’AUTO ITALIANA” (No. del 10 Novembre 1924) e “AUTO-MOTO-CICLO” (N. 7, del 1 Aprile 1925) scrissero lunghi ed entusiasti articoli sulla nuova macchinetta che possono essere letti presso il Museo dell’Automobile Carlo Biscaretti di Ruffia, a Torino.

Riporto qui sotto un articolo di AUTO-MOTO-CICLO, del 1 Aprile 1925, in cui oltre a vantare lo stile elegante e le ottime prestazioni della macchinetta FIAM si applaude alla "rara serietà di intenti della Casa torinese" che, dice, "le ha assicurato una meritata ottima fama" (gentilmente fornitomi dal Museo dell'Auto Carlo Biscaretti di Ruffia di Torino).

 

 

articolo di AUTO-MOTO-CICLO, del 1 Aprile 1925 - Lo Chassis

 

Un documento, ottenuto grazie all'interessamento del Museo dell'Automobile, che porta la firma di Vittorio Mazzonis, dice:

"La prima serie prodotta, pur senza disporre la società di una vera e propria organizzazione di vendita, fu collocata con discreta facilità e ottenne anche il favore dei clienti. L'ing. Peano allora impostò subito una seconda serie più numerosa e, mettendo a frutto l'esperienza fatta sulla prima apportò alcune modifiche al telaio e alla carrozzeria, senza però cambiare sostanzialmente la struttura della macchina che continuava a montare lo stesso motore.
Il nuovo modello uscito dalla seconda serie pare avesse anche incontrato il gusto del pubblico, tanto che fin dagli inizi la fabbrica poteva contare su un buon numero di prenotazioni. Purtroppo però la crisi economica che colpì tutta l'industria automobilistica nel 1927, e che si aggravò ancora nel 1928, toccò in modo particolare la FIAM che nel volgere di pochi mesi, trovatasi completamente senza disponibilità finanziarie, per evitare un disastroso fallimento dovette in tutta fretta liquidare e chiudere i battenti nello stesso 1927, quando aveva appena iniziato le consegne della seconda serie".

Indubbiamente anche l' ingresso della FIAT nel settore delle utilitarie in grande serie e basso prezzo fu un altro fattore determinante che costrinse mio padre a sospendere l'attività. A parte il materiale procuratomi dal Museo dell'Automobile di Torino avevamo in casa soltanto qualche foto di quei lontani tempi.

Ma, contrariamente a quanto avevo creduto, esiste ancora oggi un esemplare del modello FIAM Torpedo 1924, forse l'ultimo al mondo...chissà. Secondo le notizie di cui sono venuta a conoscenza ai primi di giugno del 2017 questo (forse) unico esemplare fu venduto originariamente in Spagna dove rimase a Barcellona fino al Novembre 2016, quando fu venduto all'asta per circa Euro 34,000. Le parti che la compongono compreso il motore - a due cilindri a due tempi 706 c.c. a 2500 giri al minuto - sono quasi tutte quelle originali. L'asse frontale ha una sospensione speciale con doppie balestre semiellittiche per ogni ruota.La vettura fu guidata per l'ultima volta nel 2010, dopo di che venne vuotata di ogni liquido e conservata su un cavalletto. E' probabile che la carrozzeria sia del famoso Marcello Alessio che era il carrozziere della FIAM.


 

Fu molto bello, quasi commovente per me, sapere che esiste ancora una delle sue vetturette, ma ancor più emozionante fu l'inaspettato invito che ricevetti nel luglio 2019 da Eros Zanoletti di andare a conoscere questa vetturetta di cui lui, con la passione per le auto antiche che lo distingue, è stato incaricato dal nuovo proprietario, Franco Piccinelli, di riportare allo stato originale. Fu così che il 20 luglio 2019 ci recammo alla sua bella Officina Classiche di Gabbioneta-Binanuova dove fummo accolti con graditissimi rinfreschi e passammo un pomeriggio veramente speciale con Eros, Chiara, le loro due piccine, Franco ed altri appassionati di auto antiche, conversando piacevolmente in mezzo a tante splendide "classiche" tra cui brillava la piccola FIAM Torpedo rossa. Il mio grande desiderio di vedere almeno una volta da vicino quest'ultima vetturetta di mio padre fu così, inaspettatamente, esaudito nel modo più simpatico che avrei potuto immaginare perchè, dopo aver conosciuto sia Eros che Franco, sono certa che mio padre sarebbe stato felice di sapere in quali buone mani si trova l'ultimo esemplare che, uscito dalla sua fabbrica 95 anni fa e vissuto in Spagna per oltre 90 anni, è ora finalmente rientrato in Italia con tutti gli onori degni della sua veneranda età.

Ancora una volta in quella occasione il mio pensiero è tornato a come debba essere stato duro per mio padre trovarsi nella situazione in cui, malgrado il successo e l'entusiasmo del pubblico e le numerose nuove ordinazioni, fu costretto da circostanze puramente esterne a dover liquidare l'azienda. Ma, come era nella sua natura, mio padre, non si scoraggiò e rivolse il suo interesse al campo dell'organizzazione aziendale.
Per vari anni lavorò presso l'organizzazione Bedaux a Parigi accumulando esperienza come consulente presso varie aziende europee. Rientrato in Italia si occupò ancora di organizzazione aziendale, prima aprendo la filiale italiana della ditta Bedaux, (poi chiusa dal fascismo) e successivamente mettendosi in proprio.  Ebbe come clienti aziende di primaria importanza, fra cui l'ANSALDO e la PERUGINA e con l'esperienza maturata in tanti anni di lavoro mise a punto un metodo di gestione industriale i cui principî erano assai innovativi e basati su un senso di giustizia. In quegli anni la consulenza industriale era una professione ancora agli albori. Di conseguenza professionisti come nostro padre erano tanto rari quanto ricercati dalle grandi aziende.

In riconoscimento delle sue qualità umane e professionali le maestranze dell'Ansaldo vollero donargli il libro di Dale Carnegie, "L'Arte di Conquistar gli Amici", da poco pubblicato in Italia, con la dedica:

Valoroso - paziente - organizzatore, imbattibile maestro nel saper trattare e far rendere la gente,

In segno di stima, 

Capo Sezione, Capi Ufficio, Impiegati - Operai Sez. 1.00 Ansaldo Fossati, Genova Sestri 12-8-42-XX             A.Cavalleri 

Non sono del tutto sicura del nome Cavalleri, perchè come a volte sono le firme, anche questa è diifficile da decifrare e purtroppo non ho altri documenti a mano che possano confermare questo cognome. Intendo comunque pubblicare al più presto (autunno 2019?) la foto della pagina con la dedica nella speranza che forse qualcuno potrà aiutarmi a decifrare il nome, come é già successo per altre parti del mio sito.

Spesso Amedeo si recava in Toscana dove a Carrara vivevano i cugini di Saint-Pierre, e a Lucca i Conz e gli amici Niccolò e Francesco Tucci con le loro famiglie. Suo cugino, Alessandro di Saint-Pierre, ingegnere pure lui, era proprietario di una cava di marmo che purtroppo, con la crisi degli anni trenta, si trovava in difficoltà, mentre sua cugina Maria di Saint-Pierre, che noi chiamavamo zia, aveva messo a buon uso la sua natura artistica e ottima educazione culturale con l’apertura sempre a Carrara di un laboratorio di ricami preziosi i cui lavori si ispiravano spesso a quadri del Rinascimento.  Fu probabilmente parlando con Alessandro che nostro padre ebbe notizia nella primavera del 1937 di una fattoria che era in vendita nelle colline camaioresi. L’occasione era perfetta: un investimento sostanzioso in beni immobili, la vicinanza con il mare e le città d'arte toscane, la praticità del servizio ferroviario (linea Torino-Genova-Roma) e la bellezza stessa del luogo rendevano questa località particolarmente attraente.


Fu così dunque che nel 1937 nostro padre Amedeo Peano acquistò la fattoria di Selvaiana, denominata “fattoria di sotto” nel libro di Leo Burlamacchi. L’acquisto fu al tempo stesso un investimento e un rifugio per la sua famiglia,  assai convenientemente raggiungibile da Genova dove risiedeva per lavoro e non troppo lontana da Roma, dove aveva un ufficio secondario in via Regina Elena, 36. Il fatto poi che alcuni parenti e vari amici vivevano nelle vicinanze la rendeva ancor più piacevole. Fu anche un hobby perchè, sempre alla ricerca di nuove sfide, nostro padre dedicò il tempo libero per svilupparla in una moderna azienda agricola, pur continuando la sua attività di consulente industriale presso l'Ansaldo di Genova.




Selvaiana visto dall'alto

                                   Selvaiana vista dall'alto



Secondo quanto mi raccontò la zia Maria, nostro padre stava riflettendo sulla proposta di Luciano Manzi - l'allora proprietario della fattoria "di sopra" che gliel'aveva offerta in cambio di un modesto vitalizio - quando apparve a Selvaiana Gualtiero Burlamacchi che accettò subito l'offerta del Manzi con l'intento di ricuperare almeno in parte, la proprietà che i suoi antenati avevano perduta.

La pausa di riflessione di nostro padre era probabilmente dovuta al fatto che, fedele alla sua visione e impegno personale di dare sempre il meglio di sé, migliorando se possibile quanto era in suo potere, si trovò a dover subito investire ingenti somme non solo in miglioramenti della casa padronale e degli stabili usati dai coloni - che aveva trovato in condizioni disastrose - ma anche nell'innovazione agricola e in altre opere di risanamento di cui avrebbero enormemente beneficiato anche i suoi coloni. Dato il suo carattere entusiasta e dinamico si dedicò immediatamente a queste attività, a cui consacrò tutto il suo tempo libero, procurando occupazione e protezione agli uomini locali dal rischio di essere richiamati alle armi.


Prima pagine del libro di Amedeo Peano: E possibile diciplinare il cottimo?
 
 
Fu anche in quel periodo che, con l'aiuto del fratello Vittorio, trovò modo di avviare la produzione di macchine calcolatrici GICA.
 
Secondo il parere esperto del sig. Angelo Viscardi, che si autodefinisce "raccoglitore" di oggetti tecnologici del passato fra cui anche macchine calcolatrici, la macchinetta GICA di mio padre si distingue dalle altre sue contemporanee o da quelle che l'hanno preceduta per due semplificazioni da lui progettate: a) "... a differenza delle  macchine calcolatrici inglesi Torpedo e Plus viene utilizzata una sola leva (sdoppiata) ed un solo ingranaggio per ruota ottenendo lo stesso risultato" e b) " proprio per il limitato numero di pezzi e per le modalità di costruzione l’assemblaggio poteva essere fatto in meno di 2 ore anche da operai non particolarmente specializzati e senza catena di montaggio".
 
 


Rimase tuttavia estremamente attivo nella sua professione di consulente aziendale della Ansaldo a Genova, trovando anche il tempo di scrivere un libro professionale: “É Possibile Disciplinare il Cottimo ?” (Editore Ulrico Hoepli, Milano, marzo 1943) in cui proponeva un innovativo e più equo sistema di misura e retribuzione del lavoro. Il libro è interessante non solo perchè descrive in modo particolareggiato questo sistema di paga, ma anche per le sue riflessioni sulla società e la natura umana che secondo lui rendevano urgente l'adozione di una nuova e più giusta visione del mondo del lavoro. In una sua lettera a A. Garavaglia - autore dell'articolo "Il tempo come fattore economico", apparso sull'Osservatore Romano il 2 settembre 1943 - Amedeo, notando che l'articolo "illustra un ordine di idee del tutto simile al mio modo di pensare", dichiara fra l'altro "Per mio conto si tratta essenzialmente di sviluppare in basso, e più ancora in alto, il senso di responsabilità e di prudente, equa solidarietà".

 

 
 

 

 

 

calcolatrice GICA

 Questo apportare modificazioni a prodotti già in uso, che ne miglioravano prestazioni e rendimento mentre al tempo stesso - facilitandone l'assemblaggio -  ne riducevano notevolmente i costi, mi sembra una costante del pensiero organizzativo di mio padre, esemplificato sia dal caso delle auto FIAM che da quello delle calcolatrici GICA e persino direi nell'aver comperato una tenuta agricola da troppo tempo amministrata con sistemi antiquati coll'intenzione di trasformarla nel corso degli anni in un'azienda moderna e funzionale.


Per attendere all’amministrazione giornaliera della fattoria si rivolse alla cugina Maria di Saint-Pierre (la nostra "zia Maria") che accettò la proposta, chiuse il laboratorio di ricamo e da Carrara si trasferì, almeno per un certo periodo, con sua madre Clementina Zoppi (sorella della nostra nonna paterna che noi chiamavamo “nonna Bis”) nella casa di Selvaiana. 

Quando da bambina andavo a trovare i contadini a seguito della zia Maria o di mia madre che, come ex infermiera della croce rossa sulle navi ospedali e con una specializzazione nel reparto pediatrico dell'Ospedale di Padova, seguiva lo sviluppo dei loro bambini, spesso ci sentivamo dire: “Quando è morto vostro padre siamo rimasti tutti orfani! Tutti orfani come voi!”; e devo dire che la cosa mi aveva alquanto impressionata. Boveglio e l’Annina della Stretta, Benassi della casa qui sotto (al bivio), Lencioni alla Cappannaccia, Siro all’Acquarella, e persino Raffaello giù in pianura al Mandriato, gli erano affezionati e ci raccontavano come lui si fosse sempre interessato alle loro vite e condizioni di lavoro e avesse fatto di tutto - nel poco tempo in cui fu padrone della nostra Selvaiana - per migliorarne le condizioni.

Quanto Amedeo fece per il benessere di chi lavorava per lui a Selvaiana è ampiamente documentato anche con film (aveva una macchina da ripresa portatile Kodak che era ancora perfettamente funzionante un quarto di secolo dopo, e che io usai durante i miei viaggi tra il 1964 e il 1970) e fotografie fatte da lui stesso alle opere di rinnovamento intraprese in tutta la fattoria e che abbiamo tuttora in archivio.
 
 
 
A Selvaiana, come in altri campi in cui si cimentò, fu sempre apprezzato per il suo genuino interessamento e sincero sforzo per aiutare coloro che erano suoi subordinati a migliorare le loro condizioni di vita e al tempo stesso produrre in modo più efficiente. Aveva in questo campo intuito l’importanza della coltivazione di serra, su cui avevamo in casa libri con sue annotazioni, e con quella sua innata capacità di sempre vedere con anticipo gli sviluppi del futuro stava progettando come riorganizzare la fattoria una volta finita la guerra. Di questo aveva fatto parte ad Adelmo Benassi, come mi fu riferito di recente dalla Mirella, la sua figlia più giovane. E fu infatti proprio così che si sviluppò l’agricoltura di questa zona. Le serre (purtroppo brutte d’aspetto), dagli anni ‘50 in poi hanno contribuito a un benessere mai goduto prima dalla gente di questa parte della Toscana.

 La nostra famiglia in quegli anni viveva soprattutto a Genova, in un bell’ alloggio centrale, nei pressi del Teatro Carlo Felice. La guerra ormai prendeva un andamento sfavorevole all’Italia e i bombardamenti su Genova diventavano sempre più frequenti. La notte in cui il teatro fu bombardato e andò in fiamme fu presa la decisione che la famiglia si sarebbe trasferita definitivamente a Selvaiana. Era l’agosto del 1943. Nostro padre essendo impegnato con l’Ansaldo continuò a fare il pendolare ancora per qualche tempo, fino a quando divenne troppo pericoloso viaggiare anche sui treni (sempre più spesso bersaglio di mitragliamenti aerei), e a quel punto anche lui si stabilì a Selvaiana.

Amedeo Andrea Peano

 

 

Approfittò di quel periodo per continuare i suoi miglioramenti alla fattoria e si preoccupò di procurare lavoro a molti uomini che la guerra aveva reso disoccupati, e che come tali sarebbero stati arruolati nelle formazioni della Repubblica di Salò o costretti al lavoro forzato in Germania. Fu così che fece eseguire ulteriori lavori di migliorie alla proprietà, e soprattutto fece costruire un rifugio antiaereo nel fianco della collina aperto a chiunque desiderasse usarlo.  Chi aveva bisogno di lavoro si rivolgeva a nostro padre. Mio marito, Vittorio Alby, torinese e nuovo nella zona negli anni ’70, fu sorpreso a sentirsi dire da un’anziana contadina che “l’ingegner Peano aveva salvato tanti uomini dalla deportazione”.

 

 

 

I tragici eventi del 1944
Nella primavera/estate (non so con esattezza) del 1944 nostro padre fu precettato dall’esercito regolare tedesco e come ingegnere civile richiesto di progettare la ricostruzione di una strada bombardata. Dopo qualche tempo di prigionia e di lavoro, papà si recò dall’ufficiale tedesco in comando e facendogli presente che aveva una famiglia con tre bimbe piccole di cui una di pochi mesi gli chiese il permesso di andare a Selvaiana per vedere come stavano, dando la parola che sarebbe tornato. L’ufficiale non solo gli accordò il permesso, ma gli disse di non tornare affatto e che anzi avrebbe rilasciato tutti gli altri civili precettati quel giorno stesso raccomandando a tutti di mettersi in salvo come meglio potessero, perchè le SS stavano arrivando.
Raggiunta Selvaiana in tutta fretta decise allora di portare la famiglia a La Culla, una piccola comunità fra le colline più alte, dove aveva dei conoscenti in grado di fornirgli una sorta di alloggio. La zia Maria e la nonna Bis decisero di rimanere nella casa mentre noi ci avviammo insieme a varie altre persone tra cui la famiglia Benassi su per la collina. Si era verso la metà di agosto 1944 e i bombardieri rombavano continuamente nel cielo. Arrivati a La Culla ci trovammo in tanti ad essere colà sfollati per cui le condizioni erano assai misere soprattutto per chi aveva bambini piccoli. Saremmo comunque stati lì lo stesso se non fosse che verso la metà di agosto ci raggiunse la notizia che a Sant’Anna di Stazzema, la località sulla collina di fronte, v'era stato un massacro. Le notizie erano agghiaccianti.  In questa povera, innocente comunità semi-montana, dove si erano rifugiate un gran numero di famiglie di sfollati, in mancanza degli uomini che, avvertiti in tempo, si erano rifugiati nelle montagne circostanti, la furia criminale delle SS si era riversata sui neonati, i bambini, i vecchi, gli infermi e le donne, tra cui alcune incinte, facendogli subire una morte così atroce e crudele di cui il solo pensiero fa star male, mentre i partigiani che avevano assicurato la loro protezione in cambio di essere mantenuti e alloggiati per mesi dagli abitanti di questa località si guardarono bene dal mantenere la loro solenne promessa! Ma come tutti gli orrori di quei brutti tempi, ahimè, la narrativa ufficiale di questa vicenda è ben diversa da come si svolsero i fatti.

A questo proposito inserisco qui il racconto di Lamberto De Rosa testimone oculare con i suoi famigliari dei fatti che precedettero e seguirono la strage.

 

SourceURL:file://localhost/Users/marinaalby/Desktop/S.Anna.doc

Ricordi sulla strage di S. Anna

Nel giugno del 1944 mio padre, preoccupato dal precipitare degli eventi bellici e dalla sempre maggiore pericolosità delle truppe tedesche, ritenne prudente trasferire la famiglia dalla fattoria di Selvaiana (Capezzano Pianore) dove eravamo sfollati da più di un anno, in una località più nascosta, a S. Anna di Stazzema. Si unirono a noi, nella sciagurata decisione, le famiglie dei due fratelli Ferretti di Viareggio, con le quali coabitavamo in Selvaiana, e quella del fattore della tenuta stessa. Eravamo in tutto 14 persone, tra grandi e piccini.

Nel paesino dell’alta Versilia, stracolmo di sfollati, ci aggiustammo in qualche modo in una casa di Amelio Pieri in località “Al Pero”. La vita era splendida per noi ragazzi… vivevamo all’aperto, liberi, con l’unico impegno di andare a prendere l’acqua alla fonte e aiutare a raccogliere un po’ di legna per la cucina economica. Passavamo le giornate giocando nel piazzale della chiesa, scorrazzando nei boschi alla ricerca di nidi di uccellini, cogliendo frutta acerba sugli alberi e accompagnando spesso al “Belvedere” gli uomini che andavano a controllare se all’orizzonte si vedevano delle navi da guerra alleate che sicuramente avrebbero prima o poi effettuato uno sbarco sulle nostre coste! 

Noi sfollati avevamo anche fatto amicizia con i numerosi partigiani che girovagavano in paese, provenienti dai loro nascondigli situati, si diceva, sulle pendici del monte Lieto. Vestivano quasi tutti uguali: calzoni corti, calze di lana ripiegate sugli scarponi, camicia militare grigio verde o cachi, qualche raro distintivo e spesso un berrettino, magari con una stella rossa sopra la visiera. Erano armati con i mitra, per lo più Sten inglesi, mentre un paio di loro esibiva con orgoglio il Thompson americano di grosso calibro.  Erano tutti molto giovani, tra loro c’era un ingegnere (o studente d’ingegneria) di Genova che era diventato amico di famiglia anche perché si compiaceva di parlare con mio padre, ligure anch’esso, nel loro incomprensibile dialetto. Avrà avuto 25 anni. Ci difendeva strenuamente dai suoi compagni che qualche volta, all’ora di pranzo, si sedevano a tavola ai nostri posti, trangugiando quel poco che c’era a portata di mano….

Quel ragazzo era una fonte di notizie per quanto riguardava la guerra. Diceva, e i fatti gli dettero poi ragione, che gli americani, fermi sull’Arno da parecchio tempo, non sarebbero arrivati in Versilia prima dell’anno nuovo. Aveva bisogno anche lui però d’informazioni, e poiché mio padre possedeva una radio a galena e assieme al sig.Meciani, vecchio elettricista di Viareggio, aveva steso vicino alle miniere un’antenna di filo di rame, veniva spesso da noi per sentire se c’erano state delle “trasmissioni interessanti”, come diceva lui.  Con la radiolina però si ricevevano bene le stazioni tedesche (che non servivano) e qualcuna francese, con notizie spesso sballate circa il fronte italiano. Non fu mai captata nessuna stazione italiana e neppure Radio Londra, nonostante le frequenti camminate notturne da S. Anna alle miniere.

Una mattina, alzandoci dalla cuccia che definivamo “letto”, vedemmo dalle finestre di casa diverse persone che parlottavano davanti alla porta della chiesa… evidentemente era successo qualcosa: andammo subito ad informarci e si venne a sapere che all’alba qualcuno aveva affisso alla porta della chiesa un foglio, con il quale s’informavano gli abitanti di S. Anna che il comando germanico era a conoscenza che in paese c’erano i “ribelli” e che pertanto era opportuno che gli sfollati se n’andassero altrove, onde non essere trattati come partigiani in caso di probabili controlli delle truppe tedesche. Ogni trasgressione sarebbe stata considerata come connivenza con i ribelli. Mentre gli uomini, sbigottiti, commentavano il manifestino, arrivarono un paio di partigiani che, letto l’annuncio, lo strapparono a brandelli e rassicurarono i presenti affermando che in caso di aggressioni tedesche ci sarebbero stati loro a difendere i civili. “Siamo qui anche per questo”, conclusero.

Ricordo che appena allontanatisi i due giovani, un uomo raccolse puntigliosamente i pezzi del manifestino lacerato e poiché in tutti questi anni non ho mai sentito dire che qualcuno avesse questo foglio, sono portato a pensare che la persona sia morta nell’eccidio. Nel tempo, parlando con personaggi che a vario titolo disquisivano sull’eccidio di S. Anna, mi sono sentito negare l’episodio dell’avviso tedesco, come se io non l’avessi vissuto in prima persona….

Passarono i giorni, eravamo ormai verso la fine di Luglio. In un pomeriggio di caldo soffocante, dal muretto che delimitava la piazza della chiesa, vedemmo salire verso di noi tre tedeschi.  A parte delle bombe a mano, agganciate alla cintura, non erano armati. I partigiani, che erano presenti assieme a noi, cominciarono ad appostarsi, nell’attesa che i militari fossero a distanza utile per poterli colpire. Ricordo mio padre che correva da uno all’altro scongiurandoli di non sparare, onde evitare rappresaglie. La morte dei soldati tedeschi, diceva, non sarebbe servita alla causa della guerra, ma solo a far ammazzare degli innocenti per rappresaglia. In quel mentre i soldati raggiunsero un metato diroccato e ci tirarono dentro una bomba a mano. Poi, ridendo, se ne tornarono indietro, forse ignari di essere arrivati a poche decine di metri da un paese e sicuramente inconsapevoli di essere stati così vicini alla morte.

Le frequenti conversazioni in genovese col partigiano ingegnere avevano sempre più messo in agitazione mio padre, circa le possibili mosse tedesche e riguardo alla capacità di protezione dei partigiani in caso di bisogno. Era turbato per la scelta fatta di trasferirsi a S. Anna e si sentiva angosciato per aver involontariamente indotto le altre tre famiglie ad unirsi a noi.

La sera dell’undici agosto, verso le nove, arrivò trafelato il nostro amico partigiano il quale, chiamato in disparte mio padre, lo informò del rischio concreto che da un momento all’altro potessero arrivare a S. Anna delle SS con cattive intenzioni. Consigliò vivamente di andar via al più presto e, dopo aver abbracciato mio padre, con quattro salti scomparve nel buio. (Nonostante le ricerche compiute nel dopoguerra, non abbiamo mai trovato nessuno che ci potesse dare notizie di questa persona). A mio padre, già preoccupato per conto suo, non occorreva altro per farlo decidere a scappare da S. Anna; come primo passo avvisò diverse famiglie vicine dell’informazione avuta, ma tutti, vista l’ora tarda, tergiversarono, ritenendo più opportuno rimandare all’indomani la decisione di lasciare il paese. Dopo mio padre parlò alla svelta con i nostri amici di Selvaiana, convincendoli a scappare subito, senza indugio. Nel breve volgere di un’ora, raccolte le cose più importanti, abbandonammo l’abitato e c’incamminammo tutti assieme carichi come somari, sul buio sentiero della Culla. In mezzo alle selve era quasi come andare alla cieca. Mia nonna cascò quasi subito, facendosi male ad una gamba, poi toccò a me, con una bimba di poco più di un anno in braccio, e poi via via si fecero male un po’ tutti. Arrivammo alla Culla che albeggiava, malconci e stremati. Il parroco don Vangelisti ci aprì la chiesa e noi ragazzi ci buttammo a dormire in terra sopra i bagagli. Dopo poco mi svegliai, sentendo voci concitate fuori della chiesa: uscito all'aperto, mi resi conto di continue raffiche di mitra che provenivano dalla parte di S. Anna, mentre numerose colonne di fumo e fiamme salivano verso il cielo. Gli adulti ritenevano che la sparatoria fosse dovuta alla battaglia tra tedeschi e partigiani, e attendevano impazienti di veder arrivare qualcuno di tutti quelli che non avevano niente a che fare con i contendenti. Nel corso della mattina, quando ormai gli spari erano terminati da tempo, vedemmo invece arrivare dal sentiero di S. Anna tre tedeschi a cavallo. Si soffermarono al lavatoio del paesino, dove io, con mia madre, stavo prendendo un fiasco d’acqua e uno di loro, imbracciato il fucile, sparò un colpo senza mirare, nel mucchio delle persone che erano lì in coda alla fontana. Colpì alla spalla una ragazza accanto a noi. Era Franca Vecoli, viareggina di 20 anni.  Fu portata a casa del macellaio Favilla di Camaiore, buon amico di mio padre, che nelle poche ore trascorse dal nostro arrivo alla Culla ci aveva già dato una stanza di casa sua, sistemando anche la nonna infortunata su un divano. Fu reperito in paese, come “dottore” il giovane Arrighi, studente a Pisa di medicina che curò alla meglio la povera ragazza.

Nel frattempo, erano arrivate da S. Anna alcune donne terrorizzate che tra urla e pianti riuscirono a dire che i tedeschi avevano ammazzato tutti. Furono portate in chiesa, al fresco, dissetate e calmate un pochino: raccontarono che loro si erano salvate solo perché al momento dell’arrivo delle SS si trovavano fuori delle case, nel bosco, per un bisogno corporale. Erano rimaste nascoste fino alle fine della strage e secondo loro in paese non si era salvato quasi nessuno. I tedeschi, infatti, avevano perquisito anche le abitazioni sparse attorno al nucleo principale, incendiandole e mitragliando tutti quelli che avevano trovato. I partigiani non si erano visti, non avevano difeso nessuno, e le lunghe sparatorie che avevamo sentito dalla Culla erano tutte dei soldati, dirette addosso a quelle povere persone innocenti, uomini e donne, giovani, vecchi e bambini.

Voglio citare ora Don Giuseppe Vangelisti, il già ricordato parroco della Culla, mancato alcuni anni fa: la mia famiglia lo conosceva (per motivi che non ricordo) da prima della guerra. Quando capitava a Viareggio veniva spesso a trovare mio padre in ufficio o a casa. In queste occasioni i due uomini si scambiavano opinioni e bonarie accuse reciproche (mio padre era anticlericale). Questo sacerdote rozzo e mingherlino, andò a S. Anna la mattina successiva all’eccidio assieme ad altre due o tre persone per vedere cos’era successo in realtà. Ritornò sconvolto da quanto aveva trovato e credo il giorno dopo ebbe il coraggio di rivolgersi per iscritto al comando tedesco di Valdicastello, (da dove era partita una delle spedizioni omicide), per chiedere il permesso di seppellire le vittime, che giacevano esposte al sole di agosto. Ottenuto il benestare, si occupò in prima persona, assieme ad una squadra di volenterosi, di seppellire alla meglio le centinaia di cadaveri. Nelle vicende del dopo eccidio, Don Vangelisti fu uno dei personaggi principali; fu interrogato come testimone nei processi ai presunti colpevoli e fu sempre considerato un punto di riferimento in ogni circostanza, in quanto persona veramente “informata sui fatti”.

Io parlai con lui delle cose di S. Anna in due circostanze: la prima, occasionale, mi servì per mettere a fuoco, nella mia mente di adulto, tanti fatti che avevo visto con gli occhi di un ragazzo di 10 anni. Il secondo colloquio lo ebbi nel 1991, quando salii alla Culla dall’anziano sacerdote per comunicargli la morte di mio padre, avvenuta poche settimane prima. Fu inevitabile riandare alle circostanze che ci avevano unito... in quell’occasione Don Vangelisti mi raccontò tra l’altro di aver trovato tra le vittime un giovane soldato tedesco, forse ucciso per essersi rifiutato di partecipare alla strage. M’informò anche, particolare questo che non avevo mai sentito, che parecchi dei 130 cadaveri che si trovavano nella piazzetta del paese, erano stati allineati uno a fianco all’altro, con la testa rivolta alla chiesa, come se si fosse voluto fare una macabra parata adoperando i corpi di quei poveri innocenti.

Il 12 agosto 1945, primo anniversario dell’eccidio, si tenne a S. Anna una cerimonia di commemorazione alla quale parteciparono tantissime persone. Era terminata la guerra da poche settimane, il ricordo era vivissimo, c’era a quell’ora una certezza quasi assoluta che i colpevoli sarebbero presto stati individuati e puniti…

Sulla porta della chiesa un cartello, poco più che una pagina di quaderno, affisso da mani ignote, condannava i partigiani per non essere intervenuti in difesa degli sfollati e per di più li accusava di atroci atti di sciacallaggio compiuti sui corpi della vittima. Lo scritto era vergato a mano, con errori d’ortografia (ricordo che al posto del “ch” era sempre adoperata la “k”) e concludeva dicendo “chi mi strappa, muore”. Il foglio rimase al suo posto tutta la mattina, e penso che alla fine lo avessero letto quasi tutti i presenti.

Fin qui il racconto degli avvenimenti vissuti da me in prima persona, narrati con la maggiore precisione possibile… posso aggiungere, qui di seguito altri particolari, saputi nel corso degli anni da varie persone, particolari di cui non posso garantire né la veridicità né l’esattezza, non avendoli visti direttamente.

I pochi scampati all’eccidio, più uomini che donne, raccontarono di aver udito durante la strage alcuni degli assassini, vestiti in divisa tedesca, esprimersi in italiano, con accento versiliese. Questo dovrebbe significare che i tedeschi si erano serviti di collaboratori locali disposti a far uccidere degli innocenti pur di assecondare la volontà delle SS.

Dietro la chiesa, vicino a dove ora c’è un monumento che ricorda la caduta di un elicottero nel 1962, furono trovati i corpi di una decina di uomini di Valdicastello, forse adoperati dai soldati per portare a S. Anna le armi e le munizioni e poi abbattuti per togliere di mezzo degli imbarazzanti testimoni.

Spesso si è sentito dire di un dottore italiano che sulla via di S. Anna, avrebbe praticato delle iniezioni ai partecipanti la strage per indurli a non provare pietà e per obnubilare le loro menti. A parte la difficoltà di fare centinaia di iniezioni in mezzo ai boschi, al buio, mentre i soldati si inerpicavano sul sentiero verso il paese, pareri medici concordano nell’affermare che non esistevano all’epoca sostanze così mirate da ottenere gli effetti richiesti in poco tempo.

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Nei primi anni 70 conobbi a Pietrasanta un turista tedesco sulla cinquantina, con moglie e figli, il quale m’interpellò per sapere dell’eccidio di S. Anna: nel rispondere come potevo a quanto il tizio chiedeva, ebbi la sensazione che avesse partecipato all’eccidio, oppure che avesse conosciuto da molto vicino qualcuno che vi aveva preso parte. Infatti, oltre a chiedere informazioni sulla strada per raggiungere la località, mi domandò se il paese era nuovamente abitato e se vi risiedevano dei superstiti, se erano stati identificati e condannati i responsabili dell’eccidio, se il tempo aveva attutito nelle persone l’orrore della strage e diverse altre cose che mi misero appunto in sospetto. Gli chiesi allora come mai fosse così interessato al drammatico episodio e il tedesco mi rispose evasivamente di essere uno studioso della storia della seconda guerra mondiale….

Grazie a circostanze fortunate mio marito Vittorio ed io abbiamo avuto la fortuna di conoscere Lamberto De Rosa con cui siamo ormai buoni amici da vari anni.

 

Riprendo qui il racconto della mia famiglia:

Non sapendo quale posto sarebbe stato più sicuro e forse consumati dalle innegabili difficoltà che lo sfollamento in un posto sovraffollato e con scarsità di viveri poneva a una famiglia con tre bambine piccole di cui le ultime due avevano rispettivamente tre e ventun mesi, i nostri genitori presero la fatale decisione di tornare a casa. Non molti giorni passarono e verso metà settembre arrivarono le SS a Selvaiana. Noi si stava con la nostra bambinaia davanti all’imbocco del rifugio antiaereo che papà aveva fatto costruire. Papà e mamma, invece, erano in casa. Le SS entrarono nel rifugio e trovando alcuni oggetti di nostra proprietà se ne impadronirono minacciandoci con la pistola. Si diressero quindi verso la nostra casa dove trovarono il resto della famiglia incluso nostro padre che fu immediatamente preso e portato via con altri uomini della casa a fianco che, come lui, non avevano fatto in tempo a nascondersi.

Consapevole del suo destino mio padre allora si strappò la catenina d'oro dal collo e la buttò a mia madre. Questo episodio drammatico e altamente significativo mi fu riferito di recente (luglio 2015) dalla signora Licia Cicolin, figlia del colonello Potì che, stabilitosi in Selvaiana Alta negli anni '60 quando i Burlamacchi avevano lottizzato una parte della loro proprietà collinare, si era interessato ai fatti della zona durante l'ultima guerra, cercando e intervistando di persona testimoni ancora viventi e venendo così a sapere della tragica fine dell'ingegnere Amedeo Peano. Molte donne anziane gli confermarono questo episodio, che, passando di bocca in bocca, vari decenni dopo giunse fino a me completamente travisato. Ma al colonnello Potì era stato riferito direttamente da testimoni oculari e lui si era premurato di passare l'informazione a sua figlia raccomandandole di portare fiori alla tomba di nostro padre nel cimitero di Santa Lucia, ogni IV Novembre, Giornata delle Forze Armate. Licia Potì lo fece coscienziosamente per molti anni, senza che noi o lei ci rendessimo conto di essere vicini di casa, fino al giorno in cui non trovò più la tomba perchè negli anni '80 la nostra famiglia aveva deciso di trasportare la salma di nostro padre nel cimitero di famiglia a Boves in provincia di Cuneo. Ricordo bene quando da bambine andavamo a far visita alla tomba di papà arrampicandoci con la nostra mamma sul sentiero scosceso che si snodava nel nostro uliveto fino a raggiungere il cimitero di Santa Lucia in cima alla collina. Insieme ai fiori portavamo con noi un fiasco o due d'acqua perchè quel bel paesino era ancora allora sprovvisto persino di una fontana e gli abitanti - in genere donne - dovevano ogni giorno andare giù a prendere l'acqua in Canova, da cui poi tornavano con quel loro maestoso incedere, portando tre secchi d'acqua: uno sulla testa, su di uno straccio sapientemente arrotolato, e gli altri due per mano. Ricordo che ogni tanto trovavamo dei bei fiori freschi sulla sua tomba e mamma diceva "chi sarà mai"? forse qualcuno dei mezzadri che ancora serbavano un affettuoso ricordo di nostro padre? forse qualche residente di Santa Lucia, alcuni dei quali andavamo a trovare alla fine di queste "visite"? Sicuramente qualcuno di loro, ma fu soltanto di recente (2015) che incontrai la Sig.ra Licia Cicolin e seppi da lei come si fosse stupita e anche un po' dispiaciuta  quando un giorno nei lontani anni '80 non aveva più trovato la tomba di nostro padre.

Nessuno mai capì esattamente perchè le SS fossero venute fino a Selvaiana. Qualcuno ha suggerito che fosse dovuto a una disputa fra Amedeo e le SS, avvenuta pochi giorni prima a proposito di un maiale (preziosissimo in tempo di guerra) di proprietà di una famiglia dei nostri mezzadri. Le SS volevano impadronirsene, ma papà, che parlava anche il tedesco, glielo aveva impedito schierandosi dalla parte dei suoi coloni.  Al tempo stesso il fatto che oltre a lui altri due uomini fossero stati presi nella casa vicina e che tutti quanti - insieme ad altri avessero incontrato la stessa terribile fine, fa pensare ad un rastrellamento per rappresaglia, tipico delle SS Naziste, la parte piu perversa e disonorevole di un esercito sconfitto e disperato.

 

Come lo ricorda chi l'ha conosciuto: l'incontro a Camaiore e altre fonti

A questo punto viene naturale chiedersi com’ è che io, allora bebé in fasce, posso avere così tanti “ricordi” ? La ragione più importante è che il bisogno di “conoscere“ mio padre mi faceva assorbire come una spugna ogni dettaglio e ogni parola che si riferisse a lui e in mancanza di una conoscenza diretta cominciai fin da giovanissima a raccogliere “ricordi” e testimonianze e a conservarli gelosamente in un angoletto della mia mente e forse soprattutto del mio cuore.

Tutti quelli che lo avevano conosciuto ne parlavano con entusiasmo e rispetto. Anche a Selvaiana i mezzadri parlavano spontaneamente e volentieri di papà ed era sempre in termini ammirativi e riconoscenti. I parenti, gli amici di famiglia, le persone che avevano avuto rapporti di lavoro con lui (vedi ad es. la dedica sul libro di Dale Carnegie, riportata più sopra) non mancavano mai di farci sentire l’affetto, l’ammirazione e la stima che avevano avuto per lui. Dai loro discorsi era facile capire che si trattava di una persona abbastanza eccezionale e questo se da un lato mi riempiva di orgoglio dall’altro naturalmente aumentava la mia tristezza nel non averlo con noi e rendeva più difficile rassegnarsi a crescere senza la sua presenza.
Ancora in epoca piuttosto recente, verso la fine degli anni '90, mi trovavo con mia sorella al mercato dell’antiquariato a Camaiore, quando un uomo decisamente più vecchio di noi, che non ricordo aver mai incontrato prima, si fece largo fra la folla per venirci incontro dicendo: ”Scusatemi, ma voi siete le figlie dell’Ing. Peano, vero?” E alla nostra risposta affermativa si affrettò a dirci come avesse serbato un ricordo davvero speciale di nostro padre e che mai aveva conosciuto una persona migliore di lui e che non gli pareva vero di averci incontrate e riconosciute … ci teneva proprio tanto che noi lo sapessimo…. Fu una cosa così inaspettata e così profondamente gradita che ne fui fortemente commossa: mi rimasero in mente le parole, ma purtroppo dimenticai il suo nome.

Cose simili sono successe anche in altre circostanze, ma in genere in luoghi dove era più facile per noi incontrare persone che lo avevano conosciuto personalmente come ad esempio a Torino dove eravamo a volte accostate dai genitori dei nostri amici (ad es. gli Scotti di Genova e i de Thierry, o gli Albert di Torino) che ci tenevano ad incontrarci per dirci quanto avessero apprezzato nostro padre, o perchè avevano lavorato con lui o perchè erano stati compagni di scuola o perchè erano stati amici per tanto tempo, e sempre ci dicevano che la sua tragica fine li aveva lasciati molto addolorati. Ma l’incontro al mercatino di Camaiore è stato certamente il più significativo per me, forse perchè del tutto inaspettato.
La fonte più interessante e precisa di notizie su nostro padre, furono le interviste e le chiaccherate con i miei zii (suoi fratelli o cognate) - l’ultima, che risale agli anni novanta, fu fatta (e persino registrata) allo Zio Aldo, suo fratello. Fui io a chiedere a mio marito Vittorio di andare di persona a intervistarlo, certa che il suo interesse e conoscenza della Storia gli avrebbe permesso di mettere a fuoco gli avvenimenti narrati assai meglio di quanto non sarei stata in grado di farlo io.

Grazie a tutto ciò ho avuto modo di allargare sempre di più le mie conoscenze sulla sua vita e soprattutto sulla sua personalità.

 

 

Essere proprietari terrieri in quegli anni, soprattutto senza la presenza e la guida di un uomo rendeva assai poco e quel poco veniva immancabilmente risucchiato dalle spese di conduzione e dalle tasse. I miglioramenti intrapresi da nostro padre, non più alimentati dai suoi guadagni di consulente industriale, dovettero per forza di cose essere interrotti. E si dovette attendere che io diventassi maggiorenne, ovvero che compissi 21 anni, secondo le leggi di allora, per poter prendere qualsiasi decisione importante al riguardo. Furono anni lunghi e difficili per tutti quelli che erano in un modo o nell'altro legati alla "Nostra Selvaiana" soprattutto perchè l'euforia iniziale che aveva fatto sperare in un miglioramento delle condizioni di vita e della produzione agricola grazie agli investimenti e alla leadership di nostro padre era stata soppiantata dalla dura realtà del dopo guerra e dal fatto che non l'agricoltura, ma la produzione industriale e la ricostruzione erano al centro dello sforzo post-bellico dell'Italia di allora. A poco a poco i coloni cercarono lavoro altrove, nelle aziende locali che pagavano stipendi sicuri e, lentamente ma inesorabilmente, la terra fu abbandonata.

 

 

In anni recenti ho cominciato a mettere per iscritto i ricordi raccolti negli anni, e a fare ricerche che, come nel caso della FIAM, e del ruolo di nostro padre nella prima guerra mondiale hanno dato buoni risultati. Purtroppo il trauma causato dalla sua morte che così profondamente segnò gli anni che seguirono, e in verità tutta la nostra vita, ci impedì di andare più a fondo, come invece avremmo desiderato, perchè la paura di ricreare emotivamente le angosce di quegli anni ci ha sempre trattenute dal fare troppe domande a chi avrebbe potuto darci le risposte più esaurienti.

Prima di concludere vorrei aggiungere qualche parola anche riguardo alla zia Maria di Saint-Pierre, figura indimenticabile nella nostra famiglia, per la sua totale dedizione a far andare avanti la fattoria in tempo di guerra. Con enorme riconoscenza ricordo la sua determinazione di riuscire, malgrado non potesse più contare sulla guida del cugino Amedeo.

Con la sua generosità e abnegazione e notevole intelligenza, superò con coraggio le difficoltà che l’amministrazione di una fattoria le imponeva. Se fece errori fu dovuto al fatto che entrò in questa professione senza preparazione alcuna, ma solo con l’intento di aiutare nostro padre per cui aveva tanta ammirazione e riconoscenza per la fiducia accordatale. Aveva avuto un’educazione classica, come si usava a quel tempo nelle buone famiglie piemontesi, che includeva lo studio dell’arte, la conoscenza dei classici, e la musica che suonava meravigliosamente e con passione sul suo vecchio piano nero; ciò nonostante si adattò ad imparare la contabilità, i principi e le leggi agrarie e tutto quanto potesse aiutarla per far fronte alle sue nuove responsabilità. La morte di Amedeo fu un terribile colpo anche per lei, non solo come perdita affettiva (erano cugini primi in una famiglia in cui le parentele e l’armonia famigliare erano di primaria importanza), ma anche come perdita di una guida illuminata ed entusiasta, capace di risolvere problemi complessi in un momento particolarmente difficile di gestione a causa del dopoguerra.

Dopo la morte di nostro padre, la nostra famiglia rimase composta di sole donne: la ormai anziana Nonna Bis, la Zia Maria, la nostra Mamma con le tre bambine fra cui la scrivente Marina, quest’ultima di soli 4 mesi. Rimanemmo isolate a Selvaiana per otto mesi, separate dalla linea del fronte che impediva di comunicare con le famiglie d’origine che in quel momento risiedevano tutte in Piemonte e che avrebbero potuto darci tanto appoggio - come, in effetti, poi fecero negli anni seguenti - in momenti così tremendamente difficili.
Dopo qualche anno parve giusto alla nostra Mamma di accettare l’offerta della sua famiglia di trasferirsi a Torre Pellice nei pressi di Torino. Andammo così ad abitare in casa Prat, l’antica casa di vacanze della sua famiglia materna, piacevolissima, fresca e animata d'estate quando si riempiva della presenza dei nonni, zii e cugini, ma troppo grande, vuota e soprattutto gelida d'inverno quando rimanevamo soltanto noi quattro per avvantaggiarci delle scuole locali che erano assai più a portata di mano. Passammo vari inverni molto isolate perchè parenti e amici venivano a Torre Pellice solo per le vacanze estive. Non avevamo neppure il telefono. Il giornale radio era l'unica fonte di informazione oltre a qualche lettera e cartolina e le giornate erano scandite dalla scuola, le passeggiate sul viale Dante e la chiesa. A volte Mamma ci portava a pattinare sul laghetto ghiacciato che si trovava a venti minuti di strada. Essendo la più piccola non mi accorgevo neppure delle difficoltà del momento, ma in età adulta mi sono spesso chiesta come Mamma abbia saputo reggere a questa solitudine piena di responsabilità con quella sua serenità ed equilibrio che non le sono mai mancati.

Malgrado la lontananza il nostro legame con Selvaiana, dove ogni anno passavamo una parte dell'estate, si mantenne sempre molto forte. E, quando eravamo lì, Mamma non esitava a mettere la sua esperienza di crocerossina - maturata sulle navi ospedali durante la guerra d’Etiopia ed in seguito nei reparti pediatrico e chirurgico dell’ospedale di Padova - a disposizione delle famiglie dei coloni di Selvaiana, accompagnandoli dal dottore e assistendoli, se necessario, nelle medicazioni.

 

Le sorelle Elena (Lala) a sin., e Giulia (Chico) Bruno, a des. crocerossine su una nave ospedale durante la campagna d'Etiopia nel 1935

Nella foto: le due sorelle Bruno entrambe crocerossine su una nave ospedale durante la campagna d'Etiopia (1935/1936) Elena  (Lala) e la nostra mamma Giulia (Chico) a destra.






















 
 

Fu proprio in questo periodo di declino, quando io ero ancora minorenne e la zia Maria cominciava a sentire il peso dell'età e dell'isolamento che la vita a Selvaiana le imponeva che lo zio Giovanni, fratello minore di nostro padre capì quanto bisogno avessimo del suo aiuto. Fu così che - una volta conclusa la sua vita professionale nel management industriale - si occupò di Selvaiana con quello slancio e generosità che gli erano tipici, cercando come poteva di renderla produttiva.


Maria di Saint Pierre e Elena Forzani, Viareggio, estate 1958


 

 

Si prese cura di sua cugina, la nostra zia Maria, acquistando e dandole in affitto per una cifra nominale un alloggio sul mare  perché potesse essere più vicina a negozi e servizi. Provvide persino a prenderlo grande abbastanza per consentirle di vivere con la dolce e colta Signorina Elena Forzani con cui aveva fatto amicizia durante gli anni che quest'ultima aveva passato a Selvaiana per assistere e tener compagnia alla nonna Bis. A Selvaiana fra le altre cose modernizzò il frantoio e, riconoscendo l'economicità e la praticità dell' uso delle "reti" per la raccolta delle olive, fu tra i primi ad adottarle proprio negli anni '60, decenni prima che diventassero di uso comune fra i coltivatori di uliveti. Oltre ad aiutarci prendendosi a carico la gestione di Selvaiana, in cui non risparmiò nè energie nè risorse, lo Zio Giovanni praticamente ci adottò colmandoci di affetto e di appoggio come solo un vero padre avrebbe potuto fare e di questo affetto ne fu sempre ricambiato con altrettanto slancio!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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Cosi'  "la mia Selvaiana", che fu teatro di così grande tragedia, mi è rimasta immensamente cara perchè in essa vi è  quel distillato di generosità e di unione famigliare che sono state la base della nostra formazione.

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Lascio ora la parola a nostro padre, Amedeo Peano, nei passi scelti dal libro su citato: niente è più illuminante sulla sua personalità che le note che appaiono qui sotto:

Dalla PREFAZIONE di "E' possibile disciplinare il Cottimo?"

Le brevi note che seguono (...) vogliono riassumere esperienze e metodi al lume di concetti semplici, assorbiti attraverso un certo numero di anni di lavoro e a contatto con un discreto numero di collaboratori che di questi lavori sono appassionati non solo pel loro lato tecnico, ma anche per i loro riflessi economico-sociali.
Esse vorrebbero altresì rappresentare un cordiale invito a tutti coloro che si interessano con pratica competenza di questa materia, a collaborare con passione costruttiva alla ricerca di un metodo di rimunerazione del lavoro che, superando le posizioni mentali di categoria, possa aspirare al titolo di “corporativo”.

Dal CAPITOLO I

.... il cottimo è una forma di contratto pel quale la ditta affida all’ operaio un determinato lavoro da eseguire con mezzi da essa forniti, a un determinato prezzo. Una volta tale prezzo era, almeno in teoria, dibattuto tra le parti. Oggi il prezzo è determinato dalla ditta la quale però deve stabilirlo tenendo conto delle possibilità di guadagno orario dell’ operaio, e di altri limiti sanciti dai contratti collettivi di lavoro.
 
...... Da quanto sopra risulta che l’ operaio è messo nelle condizioni di subire il cottimo e di non poter assumere che un atteggiamento di difensiva che non giova a nessuna delle parti e che nuoce al costo e al rendimento della produzione.
 
..... Il primato futuro sarà quello del lavoro, cioè il primato dello sforzo intelligente e tenace per produrre i beni che servono alla collettività per vivere e per progredire.
Il primato apparterrà alla Nazione che meglio saprà sprigionare l’enorme potenziale di ignorate energie che è latente in ogni popolo, dando ad ogni singolo individuo la certezza che lavorando nel posto di lavoro che la collettività gli ha assegnato egli lavora anche e soprattutto per sè, ottenendo il giusto, equivalente corrispettivo di quanto egli dà col suo braccio e con la sua mente.
La  copertina del libro su come disciplinare il cottimo di Amedeo Peano
Dall’ APPENDICE
NOTA N. 6 
DIVAGAZIONI SU “ DIVISIONE DEL LAVORO E DIRITTO NATURALE AL LAVORO”

È evidente che lo sviluppo della civiltà umana non sarebbe stato possibile senza la divisione del lavoro.
Finché l’uomo dovette risolvere da sé e col suo diretto lavoro tutti i problemi fondamentali: cibarsi, coprirsi, abitare, trasportare, viaggiare, imparare, divertirsi, curarsi, ecc., la civiltà non ha potuto diffondersi ed ogni branca di attività è rimasta allo stato primitivo dell’infanzia.
 
Era però fatale che le cose si sviluppassero diversamente, e tutti sanno che già molti secoli prima di Menenio Agrippa si era constatato che per elevare la vita di tutti era necessario dividere i compiti produttivi di ciascuno.
 
L’enorme impulso che le conquiste della scienza hanno dato all’attività umana, non ha fatto che alimentare questo processo di specializzazione delle mansioni.

“Dividere sempre più i compiti”, implica che ognuno, invece di dipendere unicamente da se stesso (cioè dalla propria attività e capacità) per soddisfare i proprî bisogni, dipende sempre più dalla capacità, attività e coscienziosità dei suoi simili; implica quindi che, per non perdere nulla dei vantaggi che questa suddivisione di compiti deve dare, regni la fiducia che ognuno abbia la capacità più adatta al proprio lavoro, e spieghi la stessa attività e coscienziosità che spiegherebbe per ciò che gli sta direttamente a cuore.
Se gli uomini potessero avere questa fiducia il mondo sarebbe oggi un paradiso terrestre dove ognuno lavorerebbe per gli altri sì e no due ore al giorno o due mesi all’anno nel mestiere più adatto alle sue attitudini; qualunque mestiere anche umile godrebbe della più rispettosa considerazione perchè sarebbe riconosciuta, senza inutile superbia, la sua utilità sociale, e consentirebbe sempre un livello di vita immensamente superiore all’ attuale; ognuno avrebbe dunque modo di dedicare la maggior parte del suo tempo a ciò che più interessa il suo gusto personale. Tutte le attività sarebbero essenzialmente lo sviluppo grandioso e sempre più intelligente di quelle primordiali, inerenti ai problemi fondamentali dell’esistenza detti sopra.
 
Ma siccome gli uomini sono stati resi diffidenti dall’esperienza della propria natura (poiché basterebbe anche solo un piccolo numero di furbi, di egoisti, di negligenti, di presuntuosi e di incoscienti per distruggere la fiducia), così a fianco delle attività fondamentali primitive la società umana ha avuto bisogno che sorgessero altre attività per tutelare le prime.
Poiché la collaborazione collettiva è la logica conseguenza della divisione del lavoro imposta dalle conquiste produttive, e l’armonizzazione di essa è, data la natura umana, il problema più alto e difficile a risolvere, ne è seguito uno sviluppo e una importanza sempre maggiore delle superiori attività politiche, militari, sindacali, educative, ecc.
Ecco quindi che la marcia ascendente della tecnica provoca un inasprimento di problemi che non possono essere risolti se non su un più alto piano spirituale; le attività superiori che ne risultano gravano sulle conquiste produttive come le spese generali di un’azienda, ma ne condizionano l’ulteriore progresso.
Si può dire che lo sviluppo irresistibile delle conquiste tecniche, mentre moltiplica le possibilità di produrre i beni materiali, provoca una sempre maggiore difficoltà per i singoli di comprendere altri aspetti di vita sempre più distanti e complessi e tende ad aumentare le cause di contrasti e di conflitti fra gli uomini, ma costringe questi in pari tempo, per difendersi dalle brutali forze economiche da esso suscitate, a cercare la soluzione collettiva con nuove istituzioni improntate alle nuove conquiste morali e sociali
Occorre dunque che lo sviluppo morale tenga il passo con lo sviluppo materiale per creare il sano fondamento di questo.
Il terremoto che sconvolge oggi la civiltà mondiale di cui tanti erano così fieri, che cosa è d’altro se non la prova tragica di questa verità?
Lo sviluppo morale di cui abbisogna la società umana non può consistere che in un crescente affinamento del senso di responsabilità collettiva cui ognuno deve informare la sua azione individuale. Questo senso di responsabilità deve evidentemente essere presente in maggior misura là dove la influenza dell’azione sulla vita collettiva è più estesa, e deve avere di mira il miglior soddisfacimento del diritto naturale dell’uomo.
A questo diritto l’uomo non ha mai rinunciato ma ne ha dovuto fatalmente commettere la tutela in misura sempre maggiore alla “Collettività”, cioè alle categorie dirigenti di questa, man mano che, per migliorare il proprio livello di vita morale e materiale, ha accettato quella specializzazione della propria attività che dell’uomo primitivo ha fatto attraverso i secoli, un cittadino moderno.
La prova di questo fatto si rinnova fatalmente tutte le volte che nella Storia le categorie dirigenti dimenticano quelle responsabilità che giustificano la loro esistenza, e lasciano via libera alla formazione di coalizioni di interessi, o di abitudini abusive dannose ai diritti naturali degli uomini; allora l’uomo primitivo riprende il sopravvento sul cittadino, la Società umana è scossa dalle fondamenta, e, finché non sorgono nuove forze spirituali capaci di risolvere i nuovi problemi di vita collettiva e di creare un altro ordine migliore dando alle masse deluse una nuova fede ed una speranza, prorompono subito e senza più freno i germi anarchici del disfacimento.
Questa marcia dell’ umanità verso una sempre maggiore solidarietà collettiva ha proprio qualche cosa di fatale. Dove è oggi l’uomo che, pur disdegnando i vantaggi della vita organizzata ed accettando le condizioni di una esistenza primordiale potrebbe realizzare la indipendenza assoluta dai suoi simili rinunciando ad ogni diritto ma con la rivincita di poter rifiutare ogni dovere?
Non è dunque possibile tornare indietro. La vita futura di ognuno sarà ineluttabilmente sempre più legata alla collaborazione con gli altri; la vera libertà cui ogni singolo uomo aspira come al supremo dei beni, non può essere trovata che in un incessante perfezionamento dell’armonia spirituale che deve guidare le azioni di tutti.
Questa armonia deve, per poter esistere, far vibrare la coscienza intima che ogni uomo ha dei propri diritti naturali e anche per quelli dei suoi simili, come il flusso magnetico attraverso la limatura di ferro polarizza l’intima struttura di ogni piccolo frammento; per avere il massimo rendimento occorre anche qui mettere fuori circuito le scorie che non hanno la suscettività del metallo puro. 
Ora il diritto naturale che l’uomo sente più potentemente è il diritto al lavoro, cioè il diritto di adoperare le proprie forze fisiche e intellettuali per costruirsi la propria vita e sviluppare la propria personalità.
In un mondo ordinato nel rispetto di questo diritto fondamentale e di tutte le conseguenze che ne derivano, vi sarà posto per la vera collaborazione, quella che riduce la fatica e la pena di ognuno e accresce invece la sua parte di beni.
Il diritto al lavoro si accompagna al dovere del lavoro. Questo diritto e questo dovere sono naturali perchè esistevano già nell’uomo primitivo il quale per viveredoveva agire e faticare, ma d’altra parte trovava nella natura circostante una libera possibilità di estrinsecare la propria azione.
La divisione del lavoro limita questa libertà: ma questa limitazione è giustificabile filosoficamente a due sole condizioni: la prima è che la costrizione del singolo sia compensata da una crescente possibilità per lui e per la comunità di godere i maggiori beni che l’attività così distribuita può produrre; fra questi maggiori beni vi è una diminuzione di ore lavorative a parità di tenore di vita, cioè una maggiore libertà di dedicarsi al proprio perfezionamento culturale e spirituale; la seconda è che il diritto al lavoro sia limitato solo nella forma ma non nella sostanza: infatti chi accetta il dovere di lavorare all’opera comune, nella forma imposta dalla disciplina collettiva, deve godere però il pieno diritto di trovare sempre possibilità di lavoro adatto e continuato.
Ad una Società corporativamente organizzata la disonorevole alternativa di sovrapproduzione e di disoccupazione sarà risparmiata. Cosa è infatti la sovrapproduzione se non un’abbondanza mal distribuita? E che cosa è d’altro la disoccupazione se non un riposo mal distribuito?
Qualora però l’organizzazione della società non sia in grado di prevenire ed evitare le crisi, essa avrà il dovere di solidarietà morale di dare ai senza lavoro una assistenza abbastanza piena da impedire una discesa sensibile del loro livello di vita.
Non vi può infatti essere disciplina veramente sentita se non vi è piena solidarietà, ed è solo su queste due basi che può riposare la prosperità di tutti e di ciascuno.
Note Dattiloscritte e firmate
CONCLUSIONE

Spero tutto questo aiuti a far luce sulla personalità di nostro padre, Amedeo Peano, che mi sembra distorta, o quanto meno sminuita, nelle poche pagine che parlano di lui nel libro su Selvaiana di Leo Burlamacchi. 
Marina Peano
m.a.peano@gmail.com 
Colgo qui l'occasione di ringraziare quanti si sono gentilmente adoperati per farmi avere documenti e/o foto che mi hanno permesso di illustrare meglio la vita di mio padre:
  • Mio cugino Alberto Peano Cavasola, grazie al quale ho potuto ottenere informazioni più precise riguardo alla missione in Romania oltre a importanti documenti come la cartolina dal fronte e altre informazioni indispensabili per compilare questo sito
  • Mio cugino, Alberto Peano, che mi ha gentilmente permesso di riprodurre delle pagine dell'album di foto di suo padre Aldo.
  • Mia sorella Elena Farina Peano, che mi ha procurato molte foto e documenti di famiglia, inclusa la trascrizione della raccolta delle lettere ricevute dalla nostra Nonna Angelica Peano Zoppi nel periodo 1916 -1919
  • Mio figlio René, che malgrado i mille impegni, dopo aver addomesticato un programma di software per facilitarmi il compito, riesce sempre a trovare un momentino per aiutarmi a risolvere vari problemi legati alla creazione del sito, tra cui quello non piccolo dell' impaginazione la cui logica spesso mi elude.
  • Mio marito, Vittorio Alby il cui incoraggiamento e sensibilità "editoriale" sono stati essenziali nell' aiutarmi a mantenere il più possibile l'equilibrio tra la naturale emotività che si avverte in questa narrazione e l'obiettività della documentazione.
Infine un ringraziamento a tutti coloro che nel corso di questi ultimi anni mi hanno permesso di corroborare i miei "ricordi" con pareri e/o documenti essenziali al mio progetto.
  • Dr.ssa Donatella Biffignandi del Centro di Documentazione, Museo dell'Automobile Carlo Biscaretti di Ruffia, Torino per avermi procurato fotocopia di tutta la documentazione della FIAM attualmente in possesso del Museo dell'Auto.
  • Prof. Stefano Musso, ricercatore di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, dove insegna Storia Contemporanea e Storia del Lavoro, per il suo competente giudizio sul libro e il ruolo di mio padre come uno dei maggiori tecnici esperti di analisi del lavoro della prima meta' del '900.
  • Generale di Corpo d'Armata del Genio Maurizio Cicolin, Presidente Nazionale dell'Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori (ANGET) per avermi procurato la motivazione ufficiale della medaglia di bronzo conferita a mio padre per il suo ruolo nella battaglia della Sernaglia. Per aver inoltre voluto intitolare la Sezione ANGET di Capezzano Pianore (LU) al S. Ten. Andrea Amedeo Peano, geniere,  Medaglia di Bronzo al Valor Militare nella guerra 1915-1918, con una cerimonia militare molto bella e significativa il 19 luglio 2015 e per aver organizzato il 18 luglio 2015 una commovente celebrazione militare con deposizione di corona di alloro al cippo commemorativo di Via Osterietta in Pietrasanta (LU) eretto in ricordo di mio padre e degli altri civili che insieme a lui furono fucilati dalle SS il 16 Settembre 1944.
  • La signora Licia Cicolin Potì per aver onorato nel corso di vari decenni il ricordo di nostro Padre portando fiori alla sua tomba ogni IV Novembre. Le sono anche molto grata per avermi riferito quanto suo Padre, Colonnello Poti', aveva appurato interrogando testimoni oculari sulle circostanze in cui mio padre fu fatto prigioniero dalle SS.
  • Il Cavaliere dell'ordine al Merito della Repubblica Italiana, Maestro d'Arte Antonio Ceragioli, Caporal Maggiore Trasmettitore Alpino in congedo, nella cui proprieta' ha sede la Sezione ANGET di Capezzano Pianore, per la sua encomiabile e fruttuosa ricerca di documenti e informazioni riguardanti nostro padre in particolare riguardo alla sua cattura e fucilazione da parte delle SS naziste e per aver individuato e onorato con fiori e una croce di legno, fatta da lui stesso,  il luogo in cui mio padre fu fucilato.
  • Lamberto De Rosa, per aver contribuito il testo dei suoi ricordi di testimone oculare dei tragici eventi di Sant'Anna.
  • Angelo Viscardi, collezionista ed esperto di prodotti tecnologici del 1900, (Via Niccodemi 14, Monza - MB),  per il suo esperto parere riguardo alle caratteristiche tecniche che contraddistinguono la calcolatrice GICA.


                                                                                                  APPENDICE

          IMPORTANTI CORREZIONI ALLE INESATTEZZE CONTENUTE NEL LIBRO DI LEO BURLAMACCHI AL RIGUARDO DI AMEDEO PEANO


Notizie errate sulle scuole fatte da mio padre

Leo inizia dicendo che Amedeo entrò all'Accademia Militare di Modena a 16 anni (pag. 135) uscendone tre anni dopo come ufficiale.

In realtà, dopo aver conseguito la maturità classica a 17 anni e mezzo, Amedeo entrò all'Accademia Militare di Torino il 17 gennaio 1916 e ne uscì dieci mesi dopo, il10 novembre 1916, col grado di sotto tenente, destinato al Genio Pontieri.

Leo giustamente dice che mio padre aveva una laurea in Ingegneria Navale, ma non dice o piuttosto forse non sa che Amedeo aveva anche una laurea in Ingegneria civile.


Commenti su come Amedeo avesse trovato la casa dopo l'acquisto

Trovo strano che Leo si pronunci con tanta sicurezza su come mio padre trovò la nostra villa basandosi sull'atto di acquisto, quando sicuramente sa per esperienza che in quei tempi e in quella zona le cose che apparivano negli atti di acquisto erano spesso ben diverse sulla carta da quelle che poi il compratore trovava dopo aver firmato: famosa e quasi buffa se non fosse disonesta, tra le altre "sorprese", fu per mio padre trovare una giumenta al posto del cavallo che appariva sul contratto. Mi chiedo poi perchè stupirsi dei lavori di restauro intrapresi da mio padre per la nostra casa. Certamente mio padre non avrebbe considerato restauro una mano d'intonaco sulla facciata, nè per la sua nè per le case dei mezzadri.


Ragioni per investire in una impresa agricola

Quando Leo  -  accumunando arbitrariamente le intenzioni di due uomini così disparati com'erano Gualtiero e Amedeo - sostiene che questa loro attività agricola fosse una scappatoia "...per due uomini che speravano solo di non essere di nuovo inviati al fronte e che avevano visto svanire le proprie attività proiettate verso Paesi divenuti nemici..." (pag. 140, righe da 26 a 30):
Questa frase, per quanto riguarda mio padre, non ha nessun senso, perchè mio padre non aveva alcuna attività rivolta verso Paesi divenuti nemici. E' ovvio invece che la sua attività professionale di consulente industriale dell'Ansaldo, essendo strategica, lo metteva al riparo da qualunque richiamo alle armi e, come abbiamo visto, lo occupò fino all'agosto 1943.
Non bisogna poi dimenticare che nella prima guerra mondiale mio padre aveva chiesto ed ottenuto di lasciare la sicurezza di attaché nella missione in Romania agli ordini di suo padre per andare proprio al fronte a comandare mezzo plotone di Arditi, passando fra i primi con loro il Piave nella battaglia più importante e decisiva della guerra. Anche in questo credo poter affermare che i due proprietari di Selvaiana non avessero molto in comune fra loro.

Rifugio antiaereo nel nostro uliveto

Desideroso di proteggere i residenti di Selvaiana, creando contemporaneamente lavoro per i disoccupati che altrimenti sarebbero stati mandati al fronte, mio padre oltre ai lavori di migliorie alla proprietà fece anche costruire un rifugio antiaereo nel fianco della collina a disposizione di chiunque desiderasse usarlo. Anche i Burlamacchi lo usarono, come mi fu confermato da Leo proprio durante una conversazione a proposito del suo libro nel maggio 2006. E' strana questa omissione nel libro di Leo.

Rifugiati

Dati i rapporti fra le due famiglie sia gli adulti che i bambini non avevano occasioni di incontrarsi nelle rispettive case. Ma Leo asserisce, e usa come prova i ricordi del suo gemello, Pio,  che non vi fossero rifugiati in casa nostra.
Ricordo invece di aver sentito dire in famiglia che durante la guerra si erano rifugiate da noi alcune suore, che ancora molti anni dopo andavamo ogni tanto a trovare all’uscita dalla Messa a Capezzano. Lo ricordo soprattutto perché si diceva sorridendo che facevano dire le preghiere alla mia sorellina maggiore, quando lei, naturalmente, avrebbe preferito giocare! Tenendo conto che la nostra famiglia era composta di sole donne (Mamma con tre bambine giovanissime di cui una appena nata, la Zia Maria e la Nonna Bis, più la Tata e le donne che ci aiutavano nell'andamento della casa) e, visto che, a parte gli ultimi mesi, nostro padre era con noi solo saltuariamente a causa della sua sempre intensa attività professionale, mi sembra che l’accogliere suore come rifugiati fosse una decisione prudente e oculata.
 
 
La questione della strada

Per quel che riguarda il problema della strada e quello dell'acqua a cui Leo accenna nel suo libro, e' importante per me rettificare la vera sequenza dei fatti sulla base di documenti scritti e conservati nel nostro archivio.

Quando mio padre comperò Selvaiana nel 1937 vi era una sola strada che permetteva di raggiungere le case dei proprietari e cioè la strada comunale che esiste tutt'ora e che costeggia il campo sotto casa Peano, facendo poi un gomito in salita. Questa era l'unica strada pubblica che permettesse di raggiungere le fattorie ovvero quella a cui si riferiva il Bulli nella lettera a Luciano Manzi quando richiedeva l'autorizzazione di farla riparare.

Se invece di seguire la strada pubblica, uno avesse voluto tirar diritto avrebbe raggiunto la nostra casa e di lì il nostro soprastante uliveto grazie a un viottolo privato che scorreva interamente all'interno della nostra proprietà. Mio padre lo fece allargare - come dimostrano i documenti in nostro possesso - fino a farne una strada che oltre a permettere un passaggio più comodo per raggiungere il nostro uliveto in collina, conduceva direttamente al nostro garage che aveva appena fatto costruire e al cancello del nostro giardino. Per evitare che la salita fra le due case, che i mezzadri percorrevano a piedi per raggiungere il nostro uliveto, diventasse troppo scivolosa nei giorni di pioggia, mio padre fece costruire degli scalini. Quando due anni dopo, nel 1939, Gualtiero comprò la fattoria "di sopra" dal Manzi, non si rese conto che si trattava di una strada privata di nostra proprietà e, invece di informarsi meglio sullo stato delle cose, interpretò gli scalini come un atto di sgarberia nei suoi confronti per "impedirgli" di usare la strada più breve e confortevole per raggiungere la sua nuova dimora e se ne lamentò con il podestà. Questi con la ben nota tracotanza appaiata a ignoranza di come stavano veramente le cose, tipica dei gerarchi fascisti, richiese in tono perentorio a mio padre di "ripristinare" la strada! Nulla valse mostrare documenti e dichiarazioni firmate da chi da sempre aveva visto e usato questo viottolo: le parole del nuovo arrivato Marchese Burlamacchi avevano più peso per il podestà fascista di qualunque documentazione o testimonianza.

E' interessante notare come, circa mezzo secolo dopo, l'ex-viottolo, ormai strada asfaltata, fu giustamente riconosciuto dai Burlamacchi della nostra generazione come parte della fattoria Peano e l'esclusivo accesso alle ville, grazie a un accordo fra gli attuali proprietari, i Peano-Farina e le famiglie Burlamacchi, fu reso possibile da un cancello la cui chiave si trova soltanto nelle loro mani.

La questione dell'acqua

La questione dell'acqua e della fontana è forse ancora più assurda. I'affermazione che la brutta placca di cemento con la scritta "acqua non potabile" - che in effetti guasta l'aspetto rustico della bella fontana settecentesca - fosse stata affissa dalla "spaventatissima amministratrice degli Eredi Peano", 6 in contrasto con i documenti che attestano che quel segnale fu imposto dalle autorità di Camaiore in seguito alla domanda (a norma di legge) di poter usufruire di quell'acqua per uso domestico oltrechè soltanto agricolo.

Questa richiesta era del tutto giustificata dal fatto che la zia Maria ovvero la "spaventatissima Amministratrice come dice Leo, era probabilmente rimasta un po' traumatizzata dagli avvenimenti del 1942/ 43quando Gualtiero si era arbitrariamente arrogato il diritto di chiudere con un tappo di sughero il tubo che dal pozzetto nel suo giardino portava l'acqua alla fattoria di sotto, ovvero a casa nostra. ll diritto all'acqua era stato ovviamente codificato nell'atto di divisione della fattoria fra due fratelli Burlamacchi alla fine dell'800. L'averne interrotto il flusso per quasi due mesi era chiaramente un atto illegale. Leo dice che non costituiva reato, ma i documenti nel nostro archivio parlano chiaro.  La causa non andò oltre soltanto grazie alla buona volontà di mio padre che la ritirò su insistenza del Presidente della Corte di Lucca per risparmiare una condanna penale al marchese, chiedendo in cambio la dichiarazione firmata di Gualtiero in cui riconosceva i propri torti e si impegnava il diritto all'acqua della fattoria Peano.

Tutto questo è chiaro nella lettera che mio padre inviò al marchese Burlamacchi, mandata in copia raccomandata al Sig. Pretore di Viareggio, in data 31/7/43,  che val la pena di riprodurre per intero qui sotto per aver un'idea piu' obiettiva di come si svolsero i fatti:

Egregio Sig. Marchese Burlamacchi

Selvaiana

Ho ricevuto la v/di ieri, e per facilitare la reciproca comprensione per una base di intesa durevole, permettetemi di ricapitolare la storia schematica del n/contrasto.

1) Entrando nella v/tenuta mi presentaste, anni fa, delle richieste affermando che erano v/diritti, e minacciandomi di togliere l'acqua se non aderivo ad esse. Risposi pregandovi di produrmi i documenti di tali diritti dichiarandomi pronto a riconoscerli qualora dimostrati, e vi diffidai però in pari tempo di togliermi l'acqua arbitrariamente. Rispondeste che toccava a me produrre i documenti che provavano i v/diritti.

2) Un bel giorno mi avete tolto l'acqua; dovetti rivolgermi alle autorità per farvi ordinare di riaprirla e fui obbligato ad iniziare causa civile per danni, tuttora in corso.

3) Non avendo voi obbedito all'ordine dell'autorità e dopo aver pazientato ancora un po', mi dovetti risolvere a sporger querela e solo allora e dopo ben 47 giorni vi siete deciso a riaprirla.

4) La causa dopo le note vicende andò in appello a Lucca, e solo su insistenza del Presidente della Corte, e per risparmiarvi una condanna, mi sono risolto a rimettere la querela contro la dichiarazione da voi firmata in cui:

         a) riconoscete il v/torto nel chiuder l'acqua e il mio fondato motivo di querela, per difendere il mio buon diritto:

         b) accettate di pagare le spese di giudizio vostro e mio, nonchè i v/avvocati; solo sulla precisa richiesta cortese a me rivolta dal Sig. Presidente della Corte di fare un atto di generosità e un primo passo per stabilire migliori relazioni fra noi, ho infine accettato di pagare le mie spese di avvocato, nonostante tutto ciò fosse una diretta conseguenza del v/atto arbitrario di togliere l'acqua.

5) Ciò premesso esiste ora la seguente situazione: 

         a) una causa civile in corso,

         b) un certo numero di v/affermati diritti di proprietà da me contestati e che non sono da discutere nella causa in corso,

         c) un certo numero di v/desiderata (svolta del fico, passaggio al bozzo, ecc.)

         d) un certo numero di miei desiderata

Vi propongo perciò la seguente soluzione:

         a) per la causa civile, non avendo l'intenzione di sobbarcarmi altre spese di avvocato dopo quelle per la causa penale, lasciamo che essa abbia il suo corso,

         b) per i v/affermati diritti voi dovevate presentare i documenti che dite di esistere; se avrete delle spese per produrli, e risultasse che tali diritti sono reali, sono disposto a titolo di cortesia, a partecipare, a dimostrazione avvenuta, alle v/spese ora dette.

        c) e d) Per quanto riguarda i v/desiderata e i miei, sono dispostissimo ad esaminarli con spirito amichevole dopo liquidati i punti a) e b). Per parte mia il desiderio principale è quello di accordarci per una efficiente e razionale utilizzazione di tutte le acque di cui al contratto Eredi Burlamacchi, dividendole a perfetta metà ed evitando i disperdimenti attuali. A tal uopo potremo affidare lo studio a un tecnico di fiducia comune. Se siete d'accordo su questi punti provvederò io stesso, se lo credete, a compilare una proposta di testo di accordo che firmeremo dopo risolti i punti a) e b), come già detto.

6) Per quanto riguarda ora i lavoretti sul cunicolo sito lungo la strada comune, e che porta esclusivamente l'acqua di rifiuto della fontana comune al lavatoio e alle fontane del mio giardino, non si tratta di una deposito come voi affermate nella v/lettera di ieri, ma di un semplice filtro  di pulizia dell'acqua stessa; permettetemi di precisarvi per iscritto quei chiarimenti che non mi avete dato modo di esporre tranquillamente in modo completo.

Come sapete i contadini vostri e miei hanno l'abitudine di risciacquarsi i piedi all'inizio di detto cunicolo; inoltre viene spesso impiegata terra per chiudere, quando occorre, il passaggio dell'acqua nel cunicolo stesso. Il risultato è che il vecchio deposito esistente sotto la strada e che alimenta il lavatoio del mio giardino e le fontanelle, riceve dal cunicolo acqua sporca, foglie, ecc che inquinano l'acqua con la quale si lava la biancheria della bimba e ostruiscono i getti delle fontane. D'altra parte non sarebbe possibile nè sufficiente pulire spesso tutto il cunicolo lungo la strada comune (sul quale del resto avete piantato senza mio consenso dei crisantemi). Allo scopo dunque di risolvere la cosa evitando discussioni coi contadini e con voi, ho preferito affrontare la spesa di un piccolo vuoto sotto il cunicolo stesso per filtrare le foglie e far sedimentare la mota prima che l'acqua entri nella cisterna. Vi feci chiedere tramite il v/fattore se non vi erano trasporti urgenti sulla strada; egli mi comunicò che non ve n'erano, però mi portò la vostra diffida a fare qualsiasi lavoro di manutenzione a tale cunicolo prima....della fine della causa civile! Trattandosi di poca cosa feci eseguire il lavoro che è quasi ultimato, e non posso in ogni caso sospenderlo perchè, se non metto lo strato finale a cemento, l'acqua proveniente dal cunicolo danneggerebbe le strade e il muro, cosa che è v/ e mio interesse di evitare. In un'altra ora circa, il lavoro sarà terminato senza il minimo vostro disturbo.

Confido quindi che non vorrete insistere in un atteggiamento di opposizione ingiustificata, che non può che farmi pentire per aver acceduto alla richiesta di un bel gesto fattami dal Sig. Presidente della Corte d'Appello di Lucca.

Vi propongo invece di prendere in esame le mie proposte del punto 5) per poter spendere d'ora innanzi le nostre energie e il nostro tempo unicamente in cose costruttive e utili alle n/fattorie ed alla produzione agricola, specialmente in questi tempi di difficoltà.

Credo che potevate evitare di disturbare il Sig. Pretore con la copia della lettera inviatami e davvero non so come interpretare le v/intenzioni; ad ogni buon fine, mi vedo costretto ad inviargli anche copia della mia risposta, per evitare malintesi ed azioni inutili.

Credete, vi prego, alla mia reale volontà di non perdere tempo nè denari (e soprattutto questi) con litigi indegni di noi, e gradite i miei distinti saluti

 

                                           Ing. A. Peano


Questa non è soltanto  "una piccola lite da cortile" e il Burlamacchi non fu assolto perchè il fatto non costituisce reato come dice Leo, ma soltanto perchè mio padre generosamente accettò l'insistente esortazione del Presidente della Corte di Lucca per evitare al marchese una condanna penale .

C'è poi una frase oscura sempre a pag 140 dove Leo dice che "questo tubo rappresentava l'unico approvvigionamento di acqua allora esistente nella villa (Peano) e, attivato in precedenza da Maria Bresciani Gori forse con il beneplacito di Luciano Manzi, esiste tuttora".

Quello che non risulta chiaro è perchè Maria Bresciani Gori, erede della la fattoria di sotto venduta da Stanislao Burlamacchi a Narciso Gori nel 1897, e che a sua volta la vendette a mio padre nel 1937 avrebbe dovuto ottenere il beneplacitodi Luciano Manzi allora proprietario della fattoria di sopra per avere diritto all'acqua, quando questo problema era ovviamente già stato risolto all'epoca della divisione della fattoria fra Stanislao, e Adolfo Burlamacchi nel 1864.


Il trasferimento in casa Burlamacchi, che mai avvenne.

Infine devo correggere un'altra inesattezza di Leo quando dice a p.144 che fummo costretti a trasferirci nella loro casa quando i tedeschi insediarono il loro comando in casa nostra. Il fatto semplicemente non avvenne. E del resto come avrebbe potuto insediarsi in casa Burlamacchi un gruppo di circa dieci persone, quando questa, dice Leo, ospitava già altre 10 famiglie di sfollati? E' una cosa che non ho mai sentito dire: è ovvio che non avvenne mai. Invece successe a volte di andare dal medico tedesco che si trovava appunto in casa Burlamacchi, come ricorda la nostra sorella maggiore e come ci raccontò anche nostra madre.
Può anche darsi che il ricordo di Leo che suo padre “fu preso bonariamente in giro alludendo al vecchio nemico cacciato a forza in casa sua” (p.144 ) fosse uno scherzo che alludeva alla possibilità che l’ eventuale insediamento dei tedeschi in casa nostra ci costringesse a chiedere tale ospitalità. In realtà quando questo veramente successe mia sorella ricorda molto bene che dovemmo accamparci nel cucinone del pianterreno, spesso visitato dai topi.


Dissapori fra i due proprietari delle fattorie

Per quel che riguarda i disaccordi fra Amedeo e Gualtiero, che pur ebbero un effetto reale sui nostri rapporti con la famiglia Burlamacchi, la mia impressione è che in casa nostra si evitasse di parlarne per evitare che discorsi mal capiti e mal ripetuti generassero soltanto pettegolezzi e rancori. Malgrado questa precauzione, la tensione fra le due famiglie era chiara fin dalla nostra infanzia con l'esplicita, tassativa proibizione per noi ragazze di avere contatti con i tre giovani Burlamacchi. La cosa si risolse con l'amicizia che si sviluppò fra le famiglie della generazione successiva che, divenuti a loro volta genitori, incoraggiarono i loro bambini a giocare insieme.

 

E' quindi stato sorprendente per me notare, leggendo il suo libro, come in Leo ormai nonno, queste forti tensioni, subite negli anni formativi quando era un bambino fra i i 6 ai 12 anni, non si siano mai del tutto sopite.
Il trauma causato dai continui rigurgiti rabbiosi e irragionevoli di suo padre, che inevitabilmente si riversavano in famiglia, deve aver lasciato in lui un segno profondo e un forte bisogno di giustificare, con interpretazioni molto personali, le assurde prevaricazioni tentate, spesso senza successo, da suo padre.

 

Dal canto mio una cosa certamente so: che nostro padre, dotato di una natura calma e positiva, non aveva alcun interesse a usare il proprio tempo in inutili schermaglie data l’intensa e soddisfacente vita professionale, famigliare, sociale ecc. Mi pare assai più probabile, invece, che il suo entusiasmo innovativo creasse un senso di fastidio a chi di Selvaiana si sentiva, a torto, “più padrone”, soltanto perchè la tenuta, nel lontano passato e per qualche secolo, era appartenuta alla sua famiglia.